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Antidepressivi e suicidio in adolescenza

2 giugno, 2013 alle 11:06 AM
Autore: drpozzi

 


I farmaci antidepressivi della classe SSRI (inibitori selettivi del riassorbimento della serotonina), che rappresentano oggi una delle categorie di farmaci più prescritta sia per i disturbi depressivi, sia per quelli ansiosi, agiscono bloccando il riassorbimento di serotonina da parte delle cellule cerebrali (neuroni pre-sinaptici) e determinano un aumento dell’attivazione che ha effetti positivi quando il paziente soffre di forme depressive che gli tolgono le forze e la capacità di compiere le attività quotidiane.  L’effetto di questi farmaci nei soggetti più giovani è controverso e da molti anni si segnalano periodicamente casi di suicidio di adolescenti che hanno iniziato una cura farmacologica antidepressiva.

Quale meccanismo li spinge al suicidio?
L’aumento di attivazione provocato dagli SSRI determina un aumento di energia disponibile e una maggiore propensione all’azione e all’acting-out (messa in atto di comportamenti impulsivi): questo porta i ragazzi con desideri suicidi ad avere la forza di metterli in atto, mentre spesso quando il paziente è privo della capacità di realizzare ciò che desidera, perchè troppo depresso, non arriva a concretizzare il desiderio di togliersi la vita.
Molti suicidi di persone depresse del resto non avvengono nel corso dei momenti “down”, ma avvengono durante i cossiddetti “stati misti”, tipici delle fluttuazioni d’umore dei soggetti bipolari, nei quali coesistono pensiero depressivo e agitazione psicomotoria e l’intento suicida diviene realizzabile.

Il problema dei suicidi fra adolescenti in cura con antidepressivi si è reso più evidente soprattutto in quei Paesi, come gli USA, in cui gli antidepressivi sono largamente prescritti anche alle fasce più giovani della popolazione e il marketing del farmaco è particolarmente aggressivo (le pubblicità di psicofarmaci sono legali e si rivolgono direttamente alla popolazione): tutti gli stati di malessere sono stati gradualmente considerati patologici e la tristezza è troppo spesso confusa con la depressione clinica e inquadrata come “deficit di serotonina” al pari delle condizioni psicopatologiche gravi, che necessitano dell’impiego di antidepressivi.
Questa confusione è particolarmente rischiosa in adolescenza (e, peggio ancora, nell’infanzia) perchè gli psicofarmaci prescritti a individui il cui sistema nervoso è ancora immaturo e in crescita non generano gli stessi effetti che provocano in soggetti adulti e maturi.

E’ inoltre molto dannoso il messaggio di patologia e anormalità che si comunica all’adolescente che attraversa fisiologici momenti di umore depresso e non è affatto un soggetto clinicamente depresso, ma solo un individuo che sta abbandonando la propria identità infantile per costruire l’identità adulta, e vive di conseguenza il lutto per la perdita dell’identità di bambino e di figlio dipendente in tutto dalla famiglia per diventare un individuo che deve essere in grado di provvedere a sè stesso.
Un adolescente depresso può inoltre presentare rabbia e irritabilità che sono sintomi tipici anche dell’adulto con disturbi dell’umore, perciò un farmaco attivante può peggiorare la situazione: arrivare al pieno controllo dei propri impulsi è uno dei compiti dell’adolescente e assumere farmaci che possono renderli più impulsivi e agitati contrasta con questo processo.

Aiutare un adolescente depresso significa prima di tutto ascoltarlo e offrirgli uno spazio nel quale potersi raccontare senza sentirsi giudicato, e non somministrargli un farmaco che (in teoria) può eliminare i suoi sintomi, ma non certo il problema.
Evitare di patologizzarlo è necessario per non correre il rischio di renderlo un paziente psichiatrico a vita, esito che si ottiene modificando la sua percezione di sè e comunicandogli che è malato prima ancora di comprendere se il suo malessere è legato all’adolescenza o se è effettivamente di pertinenza psichiatrica.
Un passo importante in tal senso è costituito dalla consultazione di uno psicologo che possa valutare il caso e restituire un’eventuale diagnosi, ma soprattutto una lettura corretta e fondata del significato del sintomo depressivo.
Prima di ricorrere a psicofarmaci dagli effetti collaterali non certo trascurabili è necessario percorrere altre strade e l’antidepressivo in adolescenza dovrebbe essere prescritto solo ai ragazzi realmente patologici e mai in assenza di un contemporaneo percorso psicoterapeutico condotto da uno psicologo.

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