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“Ho sempre paura che succeda qualcosa di brutto ai miei cari…”

27 novembre, 2013 alle 04:11 PM
Autore: drmassaro

 

Il pensiero che chi amiamo possa essere vittima di un incidente, contrarre una brutta malattia, andare incontro ad eventi spiacevoli o situazioni pericolose può attraversare la mente di chiunque in alcune occasioni, ma in genere nasce quando la persona per la quale temiamo si sta esponendo a rischi reali con il proprio comportamento.
A volte però l’apprensione è costante e indipendente dalla realtà oggettiva e fantasie di malattia morte, aggressione e così via sorgono senza che ve ne sia un motivo, non abbandonando facilmente chi le produce.

Da dove nasce l’apprensione che alcune persone manifestano costantemente e con insistenza nei confronti delle persone a loro vicine?

Di solito si tratta di persone care, come i figli, i genitori o il partner, che l’apprensivo realmente ama: le ama a tal punto da non consentire a sè stesso o a sè stessa di ammettere quanto queste persone possono a volte essere irritanti e suscitare fantasie aggressive che non troveranno poi uno sfogo concreto, ma che sarebbero funzionali a scaricare la rabbia del momento.
Quando una persona non riesce ad ammettere a sè stessa quanto i propri cari la facciano arrabbiare o la deludano ecco che  l’inconscio reagisce a proprio modo: non potendosi liberare dalla rabbia la fa emergere sotto una forma diversa, più accettabile per la mente conscia, e cioè sotto forma di preoccupazione per la salute o l’incolumità del proprio caro.

Dietro l’eccessiva e costante apprensione c’è proprio questo: una rabbia più o meno intensa verso la persona oggetto della preoccupazione, rabbia che si trasforma in timore perchè a forma con la quale emerge alla coscienza sia accettabile dalla persona che la prova.
Freud ha denominato questo meccanismo “formazione reattiva”, espressione utilizzata per indicare quei sentimenti apparentemente positivi che emergono in luogo dei sentimenti negativi presenti a livello inconscio e inaccettabili per la coscienza.

A quanti si stupissero per questa dinamica faccio un esempio: cosa pensereste se un vostro amico o conoscente iniziasse a preoccuparsi insistentemente del fatto che, attraversando la strada, potreste essere investititi, e vi ricoprisse di raccomandazioni perchè ciò non avvenga?
Il discorso potrebbe suonare più o meno così:

Mi raccomando, quando esci di qui stai attento nell’attraversare la strada, ci sono molte macchine che passano veloci e nella via sono già avvenuti diversi incidenti negli anni, come quando una signora ha perso una gamba, e non vorrei davvero che questo succedesse anche a te…perchè sai, a volte ci vuole proprio un solo attimo di distrazione per rovinarsi la vita…e di persone che muoiono ogni anno sulle strade ce ne sono migliaia..per non dire di quelle che restano menomate dopo un incidente...” e così via.

Ad un certo punto, ascoltando un discorso simile, iniziereste a sospettare che questa persona  si crogioli nell’idea del vostro eventuale futuro incidente, che se lo auguri o ve lo auguri. I superstiziosi farebbero gli scongiuri, ben cogliendo la reale portata del messaggio.
Questo discorso in determinati contesti potrebbe anzi suonare come una vera e propria minaccia di morte (“stai attento, perchè gli incidienti capitano…”).

Questo stesso discorso è ciò che risuona nella mente angosciata dell’apprensivo, che a volte può premettersi di esplicitarlo nel fare continue raccomandazioni a figli/partner/parenti, mentre a volte tiene per sè la profonda angoscia per l’idea che capiti qualcosa di brutto.
Una possibile conseguenza di questo tipo di  meccanismo è la richiesta di continue conferme sull’attuale permanenza in vita del proprio congiunto, come accade nelle famiglie in cui due o più membri (di solito un genitore e un figlio) si “devono” sentire più volte al giorno per assicurarsi che l’altro stia bene e che sia ancora vivo, che non gli sia capitato nulla di brutto e che la sua incolumità sia salva.

Per quanto il vissuto soggettivo sia di intenso timore e angoscia, guardando da fuori queste situazioni senza lasciarsi fuorviare dall’affetto che sicuramente lega queste persone, si può ben comprendere come vi siano anche forti sentimenti di rabbia e un’aggressività che alimenta appunto paure catastrofiche.

Come ci si può liberare dall’eccessiva apprensione e dalla paura costante che accadano delle disgrazie?
Semplicemente, si può riconoscere senza remore quali reali sentimenti si stanno provando per la persona la cui salute sembra improvvisamente (o costantemente) angosciarci: osservare senza giudicare ciò che si prova permette alla rabbia e ai sentimenti negativi di affiorare alla coscienza senza dover emergere sotto altra forma (la preoccupazione ossessiva).
La consapevolezza della propria rabbia consente di affrontarla domandandosi come mai la si prova e affrontando con il diretto interessato il discorso.

Salvo reali motivi di temere per il proprio caro, dire “sono molto arrabbiato/deluso con te per questi motivi” è più produttivo che dire “stai attento…non andare a schiantarti! Chiamami appena arrivi!”  perchè consente di:
– far crescere il rapporto
– risolvere i problemi esistenti fra due persone che si vogliono bene
– liberarsi dall’angoscia
– lanciare allarmi solo quando sono davvero motivati, scongiurando l’effetto “al lupo! al lupo!” che toglie sicuramente credibilità nel momento in cui il pericolo fosse reale.

Nel caso in cui l’ansia fosse tale da compromettere seriamente la serenità di chi la prova e i rapporti con le persone care, che si allontanano sentendosi eccessivamente controllate e “pressate”, la psicoterapia psicodinamica può essere di grande aiuto perchè consente di e liberarsi da una paura superflua individuandone e rimuovendone le cause.

 


113 Commenti a ““Ho sempre paura che succeda qualcosa di brutto ai miei cari…””

  1. Anna scrive:

    Non sono d’accordo: quando mio figlio va a ballare sto in pensiero e non riesco a chiudere occhio, ma non certo perché gli voglio male! Anzi, è proprio perché gli voglio bene che sto in pensiero!

    • drmassaro scrive:

      Cara Anna,

      il meccanismo della “formazione reattiva” è inconscio e quindi inconsapevole (e involontario), ma si può ben individuare quando una persona è costantemente e immotivatamente in pensiero per qualcuno.

      Se ad esempio lei sapesse che suo figlio esce, beve e poi guida, o che sale abitualmente in macchina con qualcuno che beve o assume droghe, avrebbe tutte le ragioni di temere per la sua incolumità, e anche per fargli un discorso serio e convincerlo e non correre rischi inutili.

      Diverso è il caso di chi è invece sempre in pena per la possibilità che accada una disgrazia, senza che vi siano motivi per pensare che questo debba accadere.
      In tal caso ciò che alimenta la preoccupazione è l’aggressività inconscia, della quale non si è consapevoli e tanto meno responsabili: le nostre strutture inconsce esprimono contenuti ed emozioni che non hanno a che fare con i sentimenti del nostro Io cosciente, ma che rispondono a logiche molto più “primitive”, simili a quelle che può osservare nei bambini. Un bambino che si arrabbia dice (o pensa) “voglio che tu muoia!” o fa finta di sparare con la sua pistola giocattolo, perchè in quel momento prova rabbia e reagisce di conseguenza.
      L’inconscio funziona nello stesso modo: la rabbia a quel livello non è censurata e, se è inaccettabile per il nostro Io cosciente, affiora alla consapevolezza come il sentimento di segno contrario e cioè come preoccupazione per la salute o l’incolumità della persona con la quale si è arrabbiati.

      E’ il caso del genitore che in fondo invidia il figlio che va a ballare, mentre lui/lei non esce da una vita, e percepisce a livello cosciente questa invidia come preoccupazione per il figlio che fa qualcosa che lui/lei non può più fare.

      Ma è anche il caso di chi si sente trascurato e per questo è arrabbiato con il/la partner e inizia a temere immotivatamente che gli accada qualcosa, invece di parlarne e comunicare il proprio disappunto cercando insieme a lui/lei una soluzione al problema: tipica in quest’ambito è la figura della casalinga che sente di aver sacrificato tutto per la famiglia e cova una rabbia più o meno consapevole nei confronti delle persone alle quali vuole bene.
      Deve considerare che il fenomeno dell’”ambivalenza”, e cioè della contemporanea sussistenza di sentimenti di odio e di amore diretti alla medesima persona, è perfettamente normale nelle relazioni: l’importante è rendersene conto ed essere onesti con sè stessi, evitando di negare quei sentimenti negativi che fanno parte di qualunque rapporto umano e affrontandoli direttamente.

      • Linda scrive:

        Buongiorno, mi interessa molto questo argomento, perchè io sto maturando un’apprensione immotivata verso i miei genitori (mia madre in particolare). Sono una single di 43 anni, vivo per conto mio, ho un lavoro, ma pochi amici, anzi direi ormai nessuno (per mia scelta). Dopo una delusione amorosa, ho allontanato tutti, ma sto cercando comunque di ritagliarmi nuovi interessi. Con mia madre ho avuto un rapporto conflittuale da ragazzina, da bambina mi sono sentita trascurata (quasi trasparente). Ho smesso di litigare e discutere con lei, perchè ha una certa età, e non reagisce bene a eventuali critiche. Questi pensieri mi accompagnano spesso, stanno diventando un sottofondo alle mie giornate. A volte penso che dipenda anche dal fatto che sono sola, non avendo una famiglia mia probabilmente sono troppo concentrata ancora sui genitori (che comunque mi trattano ancora spesso come una ragazzina- sono l’ultima di tre figli..).. Mi date una mano a capire? Grazie!

        • drmassaro scrive:

          Cara Linda,

          è possibile che il rapporto conflittuale mai risolto con i suoi genitori – in particolare con sua madre – alimenti nel suo inconscio una rabbia che si esprime esattamente nel modo che descrive, con un’”apprensione immotivata” che la accompagna lungo tutta la giornata.
          Se da bambina si sentiva trascurata e “trasparente” agli occhi della mamma e ha smesso di litigarci solo perchè la vede anziana, ma non certo perchè rabbia e dolore sono venuti meno, direi che ha molto da elaborare per trovare quell’equilibrio che ora manca. Ha infatti sostituito le litigate con l’apprensione e questo non va bene perchè ha sospinto più nel profondo la vera causa del malessere relazionale con i suoi genitori invece di affrontarla.

          Se non risolverà la questione rischierà una brutta depressione nel momento in cui i suoi moriranno, perchè a cadere in depressione (andando oltre il semplice e normale lutto) sono proprio le persone che avevano un rapporto conflittuale con i genitori che vengono a mancare e che rivolgono verso di sè quella rabbia che non possono più dirigere verso il genitore ormai morto.
          La rabbia è infatti un’emozione fondamentale nella depressione e il senso di colpa e di indegnità che il depresso prova non è altro che la rabbia rivolta verso il proprio Io quando manca l’oggetto esterno al quale rivolgerla o, detto in altre parole, il rivolgersi della rabbia verso le figure genitoriali interiorizzate quando quelle reali mancano.

  2. Linda scrive:

    cmq pensandoci bene, mi da fastidio che stanno invecchiando. . da piccola dicevano che io ero il bastone della loro vecchiaia, e questa cosa mi ha sempre dato un pò fastidio .. .sono del tutto autonomi, anzi spesso loro aiutano me, ma mi rode che stanno invecchiando e che io sono sola.

    • drmassaro scrive:

      Penso che la sua rabbia sia anche alimentata dalle aspettative che i suoi le hanno comunicato fin da bambina e alle quali lei sta forse inconsapevolmente rispondendo e ubbidendo, rimanendo a loro disposizione dopo aver allontanato tutti gli altri.
      A volte non è un caso se una figlio (o un figlio) rimane single e non riesce a crearsi altri legami significativi, sia di coppia che amicali.

      E’ un bene che le stia “rodendo” che i suoi genitori invecchino – dopo essersi fatti la loro vita, al contrario di lei – mentre lei è sola, perchè significa che non sta aderendo del tutto alle loro aspettative di avere la figlia più piccola a totale e incondizionata disposizione per ogni esigenza, nel momento in cui ne avranno.

      Se posso darle un consiglio le suggerisco di farsi aiutare da uno psicologo ad elaborare queste emozioni e questi vissuti e a prendere le distanze dall’ubbidienza inconsapevole alle aspettative dei suoi genitori, che la stanno portando ad isolarsi e a rischiare davvero la solitudine anche per il futuro.

  3. Nadia scrive:

    Gent.ma d.ssa Massaro, sono mamma di due bambine 12 e 4 anni. Ho 43 anni e più vado avanti con gli anni,mi vengono paure e ansie incontrollabili….. paura che si ammalino o che succeda loro qualcosa paura di ammalarmi io e di non poterle vedere crescere o peggio che mi succeda qualcosa e di non poterle aiutare ed essere di peso per loro….un po la sono sempre stata,ma ora sta diventando sempre più un pensiero fisso che mi fa vivere VERAMENTE male… ho bisogno di aiuto e non so cosa fare..

    • drmassaro scrive:

      Cara Nadia,

      il fatto che lei riconosca che le paure che la assalgono sono irrazionali ed esagerate costituisce già un primo importante passo verso la soluzione del problema.
      Se lei è sempre stata ansiosa è possibile che crescere due bambine abbia fatto peggiorare la situazione perché tante sono le variabili in gioco e soprattutto gli elementi che non può controllare, oltre all’ambivalenza affettiva della quale si parla nell’articolo e che può portare all’emersione di contenuti aggressivi verso chi si ama sotto forma di paure.
      Ora che la sua figlia più grande sta diventando un’adolescente penso che lei si aspetti che vada incontro ad ulteriori pericoli e quindi i suoi timori si moltiplicano, come avviene per tanti altri genitori, perché avrà sempre meno controllo su quello che la ragazza vivrà e dovrà inoltre affrontare conflitti e litigi tipici di questa età, che guasteranno temporaneamente il vostro rapporto.

      E’ importante che lei non trasmetta le sue ansie alle sue figlie per evitare di crescerle intimorite da tutto e piene di paure e che si faccia aiutare da uno psicologo per far emergere le emozioni che la portano a temere che si concretizzino disgrazie di vario genere sia per sè che per loro.
      Le consiglio quindi sicuramente di rivolgersi di persona ad uno psicologo per occuparsi della sua ansia e riuscire a superarla.

      Tanti cari auguri,
      d.ssa Flavia Massaro

  4. Alice scrive:

    Buongiorno Dottoressa,
    ho letto il suo articolo solo ora e mi sono trovata perfettamente in quello che dice.
    Io sono in uno stato di perenne ansia e ricerca di conferme sullo stato di salute dei miei famigliari e del mio ragazzo.
    Ho 26 anni e questo fenomeno è iniziato dal momento in cui ho creduto che al mio ragazzo fosse successo qualcosa di brutto una notte.
    Il problema è che continuiamo a litigare per questa cosa, perchè io rimango sveglia ad aspettare una sua chiamata quando è fuori e alle volte risulto molto aggressiva.
    Quale può essere una “cura” o una “soluzione” a questo stato di perenne tensione?

    La ringrazio

    • drmassaro scrive:

      Cara Alice,

      se si è ritrovata in quando descritto nell’articolo le consiglio di riflettere attentamente su quali sono i motivi di arrabbiatura e di conflitto presenti nei confronti del suo ragazzo e dei suoi familiari.
      In cosa la deludono? Si sente non compresa, non supportata, non considerata?
      Si dia sinceramente delle risposte e lasci che i sentimenti negativi emergano liberamente, fra sé e sé, in modo tale da poter risolvere i problemi che forse non ha affrontato e da poter discutere con i diretti interessati di quello che le causa sentimenti negativi.

      Il fatto che abbia preso uno spavento una sola volta infatti non giustifica da solo l’ansia che sta provando in maniera generalizzata per la salute e la sicurezza delle persone a lei care e, come suggerito dalla psicoanalisi, è probabile che la sua ansia sia alimentata da emozioni negative che ha represso perché non accetta di provarle o non sa come affrontarle o perché non pensa che ci sia una soluzione a certi motivi di insoddisfazione.
      Il nostro inconscio non ha per così dire mezzi termini ed elabora desideri aggressivi che la coscienza morale abitualmente censura, non consentendoci di esperirli in maniera conscia: quando invece questi desideri inconsci emergono sotto forma di angoscia ed estrema preoccupazione il solo modo per liberarsene è guardarli in faccia, affrontarli e apportare alla propria vita e alle proprie relazioni i cambiamenti necessari a non covare più risentimento.

      Se vuole mi faccia sapere,
      un caro saluto
      d.ssa Flavia Massaro

  5. Marco scrive:

    Buongiorno Dottoressa, io sono un figlio di 33 anni, fidanzato e vivo da solo in collina da diversi anni. Mia madre di 65 anni, nei periodi estivi, si trasferisce nell’appartamento di fianco al mio assieme a mia nonna che, molto anziana, ha bisogno delle sue costanti attenzioni. Si trasferiscono dalla città alla collina nei mesi estivi per dare sollievo alla nonna ovviamente. Di conseguenza in questi periodi le vedo più di frequente e spesso mangiamo insieme. A differenza delle scorse estati però, quest’estate continua ad affacciarsi alla finestra quando parto con la macchina, a chiamarmi nel cuore della notte per vedere se sto bene e se sono arrivato a casa, appena sente una sirena nei paraggi mi chiama subito per sapere se sono vivo, ogni singola volta che mi vede mi dice di andare piano in macchina e stare attento. In oltre ultimamente mi sono accorto di alcuni comportamenti strani e brutte abitudini che non ha mai avuto, tipo non fare più attività fisica, masticare lo stesso chewingum continuamente lungo il giorno giocandoci con le dita, cercare in tv telefilm polizieschi o molto macabri e violenti, il vizio di battere velocemente il piede a terra come per scaricare i nervi (un po’ come fanno i bambini) e quando la riprendo per queste cose che vedo, lei mi dice che sono sempre arrabbiato con lei. Quindi le mie reazioni impulsive sono state inizialmente di litigarci, poi l’indifferenza, poi negli ultimi giorni dirle che sono semplicemente stufo dei suoi atteggiamenti ma che non mi arrabbio più. Questi diversi modi però non risolvono nulla, anzi ad ora sembra peggiorare. Chiedo cortesemente consigli per migliorare questo rapporto e cercare di migliorare queste sue abitudini il prima possibile per vederla un pochino più serena e per poter esserlo pure io, in quanto fra un mese torneranno in città e non vorrei che anche a distanza si ripetano queste cose o che comunque l’anno prossimo quando torneranno qua non sia ancora peggio. La ringrazio in anticipo per i consigli. Cordiali saluti.

    • drmassaro scrive:

      Caro Marco,

      per risponderle bisognerebbe sapere cosa sta disturbando così profondamente sua madre, al punto da manifestare in varie forme dell’aggressività che prima era assente dal suo comportamento e dai suoi pensieri.

      Penso che potrà intervenire in maniera efficace se riuscirà a capire cos’è successo nella vita di sua mamma e come mai è cambiata: le azioni verranno di conseguenza e dipenderanno da quale tipo di disagio identificherà e/o da quali problemi porterà alla sua attenzione.
      La approcci con tranquillità e le trasmetta la sua preoccupazione sincera per quello che sta osservando, in modo tale che si senta a proprio agio nell’aprirsi con lei e nel dirle cosa non va.

      Esiste anche la remota ipotesi che si tratti di un inizio di demenza, ma per una diagnosi è necessaria una visita neurologica: non so se sia il caso di sospettare che il problema possa essere questo, ma glielo segnalo comunque così potrà fare caso ad eventuali altri comportamenti che dovessero cambiare e segnalare quindi la presenza di un problema di tipo neurologico.

      Un caro saluto,
      d.ssa Flavia Massaro

  6. Francesca scrive:

    Gentile dott.ssa Massaro, da circa un anno sono letteralmente tormentata dal timore che mia figlia di 7 anni e mezzo possa morire. Per me è anche un gran turbamento scriverlo. Prima di dormire, durante la notte, tenendo mi sveglia, attraversa la mia mente in seguito a una notizia, un film, un evento riferito… Ho 32 anni, un lavoro di responsabilità anche molto stressante (e che tuttavia non mi appaga assolutamente né a livello economico né a livello professionale), sono in ufficio già alle 7 del mattino e uscita da lì mi dedico alla bimba. Compiti, pianoforte, anche gioco ed affettività. Comprendo in base alla sua analisi che effettivamente la mia piccola mi assorbe completamente, ma come posso fare altrimenti? … il mio compagno fa un lavoro che non gli consente di essere con noi prima delle 20.30, ed io non ho nessuno cui delegare le cure di madre.Come posso risolvere la situazione senza vivere con questo timore assurdo (specifico che mia figlia è anzi dotata di una salute di ferro, mai preso un antibiotico, ed ecco, già mentre lo scrivo, il timore di aver azzardato una definizione che le sarà fatale…). La ringrazio in anticipo per la Sua attenzione.

    • dssamassaro scrive:

      Cara Francesca,

      la situazione che descrive è complessa e senza conoscerla non credo di poter fare molto per lei.
      Purtroppo certe condizioni oggettive (lavoro stressante e inappagante, mancanza di tempo per riposare, assenza del partner con cui condividere il carico del lavoro famigliare) portano ad un accumulo di rabbia e frustrazione che, per i meccanismi inconsci che ho descritto, conducono a temere per la salute delle persone care, che si amano, ma che a volte rappresentano anche un peso e una limitazione alla propria libertà.

      Le suggerirei di provare a trovare del tempo per sè, anche solo una volta a settimana, rivedendo attentamente tutti gli impegni che attualmente derivano dalla cura di sua figlia e dalla cura della famiglia e stabilendo un ordine di priorità: cosa non è proprio necessario fare? In quali momenti potrebbe affidare la bambina ad un’altra mamma – ricambiando poi il favore – per riuscire a prendere un po’ fiato?

      Se l’attuale sovraccarico di impegni la sta rendendo nervosa e scontenta è preferibile che rinunci ad “esserci” sempre e ad occuparsi di tutto e che trovi il modo di delegare (appoggiandosi ad altre mamme o ad es. al doposcuola dell’oratorio) per sentirsi un po’ più sollevata e meno stressata di quanto non si senta ora.
      La sua bambina trarrebbe sicuramente vantaggio dall’avere una mamma un po’ meno presente su tutto e un po’ più serena, che magari intervenisse per quanto riguarda i compiti solo quando è necessario.

      Ci pensi e se vuole mi faccia sapere!
      Un caro saluto,
      d.ssa Flavia Massaro

  7. Francesca scrive:

    A completamento di quanto detto prima aggiungo che da quando soffro di questo timore ho anche pensato che dipendesse dal fatto che ho un’unica figlia; che forse l’arrivo di un’altra/altro bimba/o mi avrebbe potuto aiutare a superare queste ansie. Peggio: da quel momento ho cominciato ad essere tormentata anche delle possibili malattie, complicazioni in gravidanza, Sids e così via, rimanendo in definitiva bloccata tra due ipotesi future entrambe terribili. Aggiungo che da quel momento leggo tutto quello che mi capita, sia su web che sui libri, circa le morti di infanti. Dopo la lettura, inutile dire che sto peggio di prima. Il mio compagno dice che sono solo ubbie, e che i timori riguardo mia figlia testimoniano la mia mancanza di fiducia nel progetto della persona di lei. Queste parole mi confortato, ma ho cominciato a credere che io sia un principio negativo e malefico, mentre lui quello positivo e che dà vita. Neanche questo pensiero è lusinghiero per me, né cresce la mia sicurezza. Ringrazio molto.

    • drmassaro scrive:

      E’ possibile che lo stress lavorativo che sta vivendo porti letteralmente il suo inconscio a segnalarle che non può continuare ad occuparsi solo di lavorare e della bambina tramite le preoccupazioni per la salute della piccola e per la possibilità che muoia.
      Senza la bambina avrebbe più tempo per sè e riuscirebbe a riposarsi e credo che il suo inconscio le stia dicendo proprio questo.
      Se ha capito le dinamiche esposte nell’articolo le sarà chiaro che l’inconscio non ha mezze misure e che quindi desidera la scomparsa di chi intralcia il benessere del soggetto, indipendentemente dal fatto che a livello cosciente non ne desidererebbe mai la morte, e questo desiderio emerge per l’appunto sotto forma di intensa paura che il peggio accada sul serio.

      Tutto considerato credo che lei possa essere davvero in questo stato perchè non ha un attimo di respiro e quindi è possibile che la soluzione sia quella di cercare un altro lavoro o di riservarsi un po’ del tempo che può sottrarre ad esempio alla gestione della casa o ad altre faccende.

      Non conoscendola direttamente posso fare solo questa ipotesi, ma le suggerisco se possibile di effettuare qualche colloquio con un psicologo per chiarire meglio cosa le sta succedendo.

      Tanti cari auguri,

      • Francesca scrive:

        La ringrazio di cuore per il consiglio, che cercherò di mettere in pratica. È possibile che a quanto detto sopra si aggiungano anche accessi di rabbia? Un caro saluto di nuovo.

        • drmassaro scrive:

          Certamente, se si sente stressata e pressata da più parti è normale che provi frustrazione e che reagisca con rabbia che a tratti può non riuscire a contenere.
          Mi faccia avere sue notizie!

    • tormentata scrive:

      Cara Francesca,sono passati anni dal tuo scritto ed io lo leggo solo ora…Vorrei dirti qual’è il mio vissuto ma le tue parole riassumono pienamente il mio modo di sentire e di vivere:tormentata.Tutto ciò che hai scritto ma proprio tutto(…che io sia un principio malefico e negativo…)lo provo da sempre.Ho 51 anni e spero che arrivino presto i 100(perché ahimè mi sa’ che vivrò a lungo)…Non sei sola.Un abbraccio,con tutta la mia comprensione.

  8. Claudia scrive:

    Ciao anche io mi ritrovo in queste parole. Mi sono appena sposata, ma già dai primi tempi in cui stavamo insieme ho sempre avuto paura che il mio compagno potesse morire. Ho paura di rimanere sola e dover affrontare una vita senza di lui, e gli faccio promettere sempre di stare attento. Ogni volta che leggo una notizia di qualche incidente sto in paranoia per giorni. Stiamo anche iniziando a parlare di avere figli, e io ho penso sempre che anche i miei figli potrebbero avere un incidente. Ho paura che la famiglia che stiamo appena costruendo non si concretizzi mai. A cosa può essere dovuto?

    • drmassaro scrive:

      Cara Claudia,

      ogni rapporto affettivo contiene in sé l’ambivalenza odio/amore: quando c’è equilibrio la parte “negativa” di questo affetto rimane nascosta, ma per vari motivi può a volte riemergere e potare allo sviluppo di preoccupazioni ossessive che nascondono ostilità.
      Queste preoccupazioni possono essere vinte divenendo consapevoli dei propri sentimenti negativi, riconoscendoli e a volte anche esprimendoli a parole, in modo tale che non alimentino più quel tipo di pensieri.
      Si chieda onestamente per quale motivo potrebbe provare dei sentimenti negativi per suo marito e per eventuali futuri figli e vedrà che, prendendone coscienza, le preoccupazioni diminuiranno. Più sarà onesta con sé stessa e ammetterà emozioni come rabbia, delusione, invidia ecc., più si tranquillizzerà.

      Un caro saluto,
      d.ssa Flavia Massaro

  9. Emanuela scrive:

    Buongiorno, ho letto con interesse il suo articolo poiché sono alle prese proprio con quel tipo di problema nel senso che vivo costantemente con la paura che al mio compagno succeda qualcosa anche se avevo dato, nel limite delle mie capacità un’altra lettura della situazione perché i rendo conto che la paura aumenta nei momenti in cui mi sento più vicina a lui e diventa a dir poco insopportabile nei momenti in cui penso quanto sia importante per me la sua presenza: in qualche modo ho paura ad ammettere che sono felice con lui, come se non potessi pensare una cosa del genere senza subire conseguenze. Dovevo forse premettere che ho perso mia madre che era per me la persona più importante a 19 anni dopo 10 anni di malattia e poi a 28 anni ho perso improvvisamente il mio compagno e quindi ho sempre creduto che questa paura dipendesse anche da questi eventi.L’unica cosa di cui sono certa è che ci sono momenti in cui questa paura è davvero difficile da gestire perchè è come un sibilo sempre presente nella mia mente e anche se cerco di razionalizzarla non ci riesco…quel pensiero è più forte di tutti i miei ragionamenti…grazie per avermi permesso questo sfogo.

    • drmassaro scrive:

      Cara Emanuela,

      il suo è un caso particolare, nel senso che è attivo un trauma pregresso che nella sua vita si è ripetuto per ben due volte e quindi è comprensibile che la perdita di sua madre e del suo compagno contribuisca a generare in lei la paura di perdere nuovamente qualcuno cui tiene molto.
      Dal punto di vista psicoanalitico posso dirle che lei ha assistito alla concretizzazione di quei desideri inconsci di natura ostile che tutti proviamo (soprattutto in adolescenza, in riferimento alla perdita di sua mamma), ma che rimangono solitamente rimossi: quando un accadimento nel mondo esterno corrisponde a desideri inconsci inaccettabili per il nostro Io cosciente l’evento è particolarmente scioccante e la natura della sofferenza non è immediatamente evidente al diretto interessato, che si sente inconsciamente in colpa, come se avesse causato direttamente la morte della persona cara.
      Le persone che soffrono più delle altre a causa di un lutto, fino a sviluppare una depressione, sono proprio quelle che avevano tanti conti in sospeso con chi è morto e provavano quindi ostilità (in varie forme) nei suoi confronti in misura maggiore rispetto a quanto sia normale nell’ambivalenza odio/amore insita in qualsiasi rapporto umano.
      Di conseguenza attualmente lei teme di perdere l’uomo che ama perché questo le è già successo e gli sta lontano quando si sente felice con lui perché, a livello inconscio, si può presumere che si senta responsabile delle altri due morti (e quindi potenzialmente anche di quella del suo attuale compagno): sono dinamiche non immediatamente comprensibili, ma che può essere importante conoscere per capire meglio come funziona la mente umana.

      In conclusione si può ipotizzare che lei non abbia risolto uno o entrambi i lutti che ha subito, per i motivi che ho esposto, e la invito a rivolgersi ad uno psicologo per effettuare un lavoro mirato alla loro risoluzione. Le suggerisco in particolare di contattare uno psicologo psicoterapeuta di orientamento psicodinamico proprio per la natura della situazione che sta vivendo.

      Un caro saluto,
      d.ssa Flavia Massaro

      • Emanuela scrive:

        Grazie davvero per la risposta, avevo già pensato a questa soluzione ma non credo di potermelo permettere, comunque mi informerò sicuramente.
        Questo servizio che offrite è bellissimo.
        grazie ancora.
        Emanuela

  10. Laura scrive:

    Gentile Dottoressa grazie per questo articolo davvero interessante. Io ho 23 anni e sono figlia unica. Mi scuso per la lunghezza di quello che le scrivo. Covo molta rabbia nei confronti dei miei genitori perché sin da piccola mi hanno sempre trattato male, trascurata e non considerata. Mi scoccia tantissimo essere figlia unica perché mi rendo conto che dovrò badare io a loro per ogni malanno o altro e mi scoccia perché in primis ho la pressione dei parenti (famiglia del sud)che se gli dicessi che per me (scusi la franchezza ma è per rendere l’idea) i miei possono anche morire me ne direbbero di ogni e poi la pressione dei miei genitori. Se gli succedesse qualcosa non avrei voglia di fare nulla e l’ansia o attacchi di panico di cui soffro mi vengono all’idea che sarò costretta a fare qualcosa. Ho tanta rabbia che non riesco a sfogare perché non mi ascoltano anzi mi insultano o mi picchiano se oso lamentarmi. La mia situazione familiare è orribile. Papà non lavora da quando vado alle medie si arrangia con i soldi di sua madre che poi perde perché gioca d’azzardo (l’ha preso come un lavoro) non è che si impegni a trovare altro perché secondo me vuole soldi facili facendo il minimo, é stato abituato così dai suoi che gli davano sempre soldi per tutto e se faceva debiti pagavano loro. Mamma é frustrata e si sfoga sugli altri, é impossibile averci un dialogo. Litigano per i soldi perché papà li vuole da lei e lei é frustata secondo me perché le da fastidio ma non riesce a lasciarlo forse anche perché essendo del sud ha la mentalità “cosa penserebbe la gente” che ha passato anche a me. Chi va di mezzo son io perché si alzano le mani e ho paura di non intervenire perché in passato papà minacciava mamma anche con il coltello, che poi abbia il coraggio di fare qualcosa non lo saprò mai però ho paura perché mio padre nei momenti di rabbia mi dice che ammazzerà mia mamma che non ha nulla da perdere. Ha un comportamento aggressivo con tutti tranne che con me. Capisce che per me sono come due estranei? Perché dovrei aiutarli?

    • dssamassaro scrive:

      Cara Laura,

      penso che la situazione familiare che descrive e soprattutto le minacce di morte che suo padre ha rivolto a sua madre necessitino di un intervento: queste minacce non possano rimanere una presenza per così dire sospesa a mezz’aria, fra il dubbio che si possano concretizzare e la speranza che siano solo parole.
      Le consiglio vivamente di rivolgersi al consultorio familiare per ricevere un aiuto psicologico e un consiglio dall’avvocato e dall’assistente sociale su come sia meglio muoversi in questa situazione.
      Ne parli anche con sua madre perchè è possibile chiedere aiuto in questi casi, prima di arrivare all’irreparabile.
      Se sua madre non volesse in alcun modo rivolgersi a chi vi potrebbe aiutare inizi lei a cercare sostegno: la situazione è sicuramente molto pesante ed è importante che lei cerchi e trovi uno sbocco esterno alla famiglia. Si ponga l’obiettivo di curare gli attacchi di panico per potersi poi sentire libera, se fosse necessario e l’idea le piacesse, di condurre e costruire altrove la sua vita futura, lontano da una famiglia nella quale non sta trovando nè appoggio nè affetto.

      Le faccio tanti auguri,
      d.ssa Flavia Massaro

  11. francesca scrive:

    Gentile dott.ssa,
    ho letto con molto interesse il suo articolo visto che sto passando un momento di forte ansia nei confronti dei miei figli.
    Le premetto che dai 16 ai 25 anni ho sofferto di anoressia e crisi depressive, dopo vari ricoveri e terapia supportata da psicoanalisti ne sono uscita fuori.
    Adesso sono mamma di due bambini di 7 e 5 anni e da circa un anno vivo nel terrore che si ammalino, sono due bambini sanissimi che a parte qualche influenza di stagione non hanno mai avuto problemi. Sono diventata petulante con loro chiedo in continuazione state bene, vi fa male qualcosa, la testa la pancia…ecc..soprattutto il grande (giustamente) si sta seccando molto delle mie continue domande e ovviamente non capisce il perchè di questo mio continuo chiedere. Sono arrivata al punto di avere paura, mi manca il respiro anche davanti a un semplice mal di gola o ad un occhietto rosso che lacrima. Penso sempre al peggio. Cerco di nascondere a mio marito questa mia insofferenza e paura perchè credo che lui non possa capirla. pensavo di aver risolto i miei problemi con il passato, ma arrivata a questo punto credo che qualche male oscuro si stia riaffacciando nella mia vita. Che cosa posso fare? Perchè sto vivendo questa situazione? perchè anche se provo a liberarmi da questa ossessione non riesco a vedere una via d’uscita?
    Grazie un saluto

    Francesca

    • dssamassaro scrive:

      Cara Francesca,

      credo che l’unica cosa sensata che lei possa fare sia riprendere il lavoro psicoterapeutico interrotto immagino diversi anni fa.
      Non penso infatti che possa liberarsi da sola da questo tipo di ossessione, che può avere le cause ipotizzate nell’articolo e che può denotare la presenza in lei di una certa dose di frustrazione per la vita che sta vivendo.
      Di cosa è scontenta? Le capita mai di pensare che se non avesse figli o se non avesse una famiglia potrebbe fare tante cose alle quali invece deve rinunciare?
      Le consiglio di analizzare serenamente in autonomia quello che sente e quello che pensa della sua vita attuale, senza auto-censurare le emozioni e i pensieri negativi che potrebbero presentarsi perchè potrebbero essere proprio questi a portarla a temere così tanto per la salute dei suoi figli.

      E’ importante riconoscere sia lo scontento, sia il dolore per le rinunce e i sacrifici che la vita famigliare può comportare, e non far finta che non esistano: solo consentendosi di “vedere” tutto questo e lavorando per il cambiamento con l’aiuto di uno psicologo potrà riuscire a non provare più tutta questa angoscia al pensiero che due bambini sanissimi possano ammalarsi.

      Se vuole mi aggiorni,
      le faccio tanti auguri
      D.ssa Flavia Massaro

      • francesca scrive:

        Grazie Dottoressa,
        per la risposta, non le nego che avevo già pensato a riprendere la terapia, interrotta nel 2001, perché cercando di analizzarmi non sono riuscita a trovare e a capire il vero scontento della mia vita. Poi altro problema è che il mio vecchio terapeuta è deceduto nel 2012, e lui sapeva tutto di me e tutto del mio passato, e ad oggi onestamente non saprei a chi rivolgermi. Per me non è facile raccontare di nuovo quello che mi è successo e soprattutto mi domando se sarò in grado di avere fiducia di rimettere tutta la mi avita nelle mani di una nuova persona.
        Onestamente ho paura.
        Lei eventualmente potrebbe consigliarmi qualcuno?
        Un caro saluto

        • dssamassaro scrive:

          La prospettiva di riprendere la psicoterapia con un’altra persona suscita naturalmente i pensieri che lei sta condividendo, ma in realtà non si tratta di ricominciare da capo, quanto di riprendere dal punto in cui il percorso precedente ha consentito al paziente di arrivare.
          Ovviamente una serie di cose dovranno essere di nuovo raccontate, ma questo avverrà con delle differenze legate a come lei oggi si sente e percepisce sia sè stessa che la sua storia di vita.
          Se desidera che le consigli uno psicologo nella sua zona può scrivermi in privato a info@serviziodipsicologia.it e dirmi dove abita: se conosco qualche collega valido dalle sue parti glielo indicherò sicuramente.

  12. Teresa scrive:

    Sono sentimentalmente legata ad un uomo che pur desiderandomi moltissimo, non vuole compiere scelte definitive nella vita e non si decide a darmi una risposta precisa su cosa prova per me e cosa vuole per il futuro. La cosa va avanti da qualche anno e in passato ho dato spazio alla rabbia che provavo per lui. Ci siamo allontanati per circa un anno. Quando è tornato a cercarmi, aveva sul corpo irreversibili segni di una malattia grave che nel frattempo ha rischiato di ucciderlo. Ora sta molto meglio. Io ho ripreso a frequentarlo e, naturalmente, mentre prima riuscivo a provare appunto rabbia per le sue incertezze, ora sono costantemente presa dal pensiero che possa succedergli qualcosa. Devo considerare questa paura una rabbia mascherata o si tratta di reale timore? Grazie dell’attenzione.

    • dssamassaro scrive:

      Cara Teresa,

      non posso darle una risposta certa, ma a volte il senso di colpa e le preoccupazioni oggettivamente fondate si confondono quando si constata che una persona per la quale si è provata intensa rabbia sta male.

      E’ quindi possibile che essendosi lei in precedenza molto arrabbiata con il suo compagno il fatto di rivederlo dopo un anno di lontananza e di ritrovarlo visibilmente malato la porti a sentirsi in colpa per il male che potrebbe avergli augurato nei momenti di rabbia.
      Di conseguenza, pur non avendo lui ancora preso una decisione, lei potrebbe non riuscire più ad arrabbiarsi sia per il pensiero inconscio di essere stata la causa della malattia che lo ha quasi ucciso, sia perché la situazione – se ho capito bene – è oggettivamente tuttora a rischio e lui è migliorato, ma non guarito.

      Immagino che il fatto che quest’uomo non voglia decidere nulla le susciti ancora della rabbia o almeno dell’insoddisfazione, ma solo lei può sapere se ha in qualche modo deciso di soprassedere perché si è ammalato o se ritiene che sia sufficientemente migliorato per poter fare dei progetti di coppia.

      Un caro saluto,
      d.ssa Flavia Massaro

      • Teresa scrive:

        Gentile Dottoressa,
        nel frattempo sono riuscita a strappargli di bocca la verità: non sa se c’è spazio per me nella sua vita. Il che equivale a dire che non ci sarà mai spazio per me nella sua vita. L’ho lasciato. Permangono tutte le criticità relative al suo stato di salute ed io ero pronta a stargli accanto nonostante tutto. Lo “spazio” io glielo avevo fatto, ma non potevo restare ferma ad aspettare cose che evidentemente non avrà mai voglia di darmi. Mi manca, ma mi sono resa disponibile a lavorare in un’altra città, in un’altra regione e spero che questo mi aiuti a superare la nostalgia e i desideri.
        Ancora grazie.

        • dssamassaro scrive:

          Cara Teresa,

          penso che questa svolta in ambito sia personale che professionale possa essere un’ottima soluzione e le faccio tanti cari auguri per il suo futuro relazionale e lavorativo.

          d.ssa Flavia Massaro

  13. gege scrive:

    Buonasera dottoressa, da piccola avevo sempre paura anzi terrore.da adolescente ancora peggio, quando mi lasciavano sola in casa correvo nel pianerottolo e rientravo in casa solo quando vedevo dalle scale qualcuno della mia famiglia che rientrava , allora entravo prima e facevo finta di essere rimasta a casa tranquilla fino a quel momento. La mia famiglia ancora non lo sa oggi che ho 50 anni. 15 anni fa vivevo con un uomo più anziano di me, gli volevo molto bene ed ero sempre in pensiero per lui per paura che gli capitasse qualcosa, uns mattina mi sono alzata e l’ho trovato morto in terra.che trauma! Poi ho cominciato a temere per la vita di mio fratello al quale ero molto unita, non vivevo più, passavo i minuti solo a pensare a lui e a chiamarlo per vedere se stava bene, poiché frequentava una compagnia che non mi piaceva.dopo qualche anno infatti è morto.A volte mi sento colpevole come se la mia preoccupazione lo avesse ammazzato cosi dalla rabbia e per punirmi ho deciso di affrontare la paura, infatti non ho più paura di stare sola a parte durante la notte quando mi sveglio da un brutto sogno e mi ritrovo sola e terrorizzata ma poi passa.una volta ho preso il prozac su consiglio del medico e stavo bene ma non ho voluto continuare il giorno dopo non l’ho più preso, piuttosto mi sono affidata a Dio, si vede che soffrire è il mio destino, perché sfuggire alla realtà? Lei cosa ne pensa? Grazie.

    • dssamassaro scrive:

      Cara Gege,

      da quanto riferisce sembra che purtroppo nella sua vita ci siano stati due episodi che la portano a sentirsi colpevole per la morte di due persone care, per le quali era preoccupata in maniera molto intensa quando erano in vita.
      Si tratta ovviamente di coincidenze, ma il nostro inconscio legge questi elementi come se fossero collegati e ci può quindi portare a sentirci responsabili della concretizzazione di quello che temiamo.
      Se poi consideriamo che dietro ad un timore eccessivo si nasconde il desiderio opposto (a livello inconscio) risulta ancor più chiaro perché nasca il senso di colpa, relativo alla concretizzazione di ciò che era inconsciamente desiderato.

      Se ho capito bene la sua paura di restare a casa da sola dipendeva anche dal pensiero che chi l’aveva lasciata sola potesse andare incontro a qualche incidente fuori casa, e per questo lei restava in attesa del rientro dei suoi familiari: visto il suo disagio nello stare da sola, che non ha ancora del tutto risolto, è possibile che nutrisse dei sentimenti di rabbia per i suoi cari che uscivano e così la “abbandonavano” per un po’ in uno stato di disagio, e che di conseguenza temesse che potesse capitare qualcosa di brutto.

      Per quanto riguarda il Prozac, come può spiegarle il suo medico non può avere avuto nessun beneficio con una sola assunzione, perché gli antidepressivi che appartengono a quella classe farmacologica (SSRI) necessitano di alcune settimane di utilizzo per produrre degli effetti.

      Non penso che soffrire sia il “destino” di nessuno, ma che ci possano essere dei problemi che è difficile risolvere o che non si è fatto nulla di efficace per risolvere.
      Lei non ha effettuato alcuna psicoterapia e quindi non ha intrapreso una strada che la portasse ad allontanarsi dalla sofferenza: non posso che consigliarle di iniziare un percorso terapeutico, senza aspettare ulteriormente e senza arrendersi all’idea che la sofferenza sia parte ineliminabile della sua vita.

      Le faccio tanti auguri,
      d.ssa Flavia Massaro

  14. Sibilla scrive:

    Buon giorno dottoressa, il suop articolo è molto esaustivo e non ho nulla da obiettare naturalmente.
    Temo però che il mio problema sia più grave e più complesso.
    Ho una figlia oggi trentenne, ma già da quando era piccolissima avevo paura di perderla. La mia più grande paura è stata sempre questa. Quando andavo a prenderla all’asilo ero terrorizzata dall’idea che potesse non uscire dal cancello, peraltro protettissimo.
    Andava in una scuola privata e c’erano mille controlli.
    Nonostante questo avevo sempre paura e alla fine vedendola ogni ansia cessava.
    Questo problema è presente ancora oggi, Ho sempre paura che non torni a casa, che le succeda qualcosa strada facendo. Se la chiamo e non risponde vengo presa dal panico e lascio il telefono senza suoneria perché non sopporto l’attesa…il terrore che non richiami e ingestibile. Quindi mi aiuta ad esempio allontanarmi e tornare dopo un po’ sperando che nel frattempo abbia chiamato. Sentirla è il sollievo più grande e l’ansia scompare in un istante e torna la serenità.
    Se va a un colloquio di lavoro sono terrorizzata che le succeda qualcosa, che la persona non sia affidabile. Ma la paura più grande e che lei scompaia, di non sapere più dove sia e cosa le sia accaduto.
    Sono stata in terapia quasi otto anni, ma non sono riuscita a risolvere il mio problema.
    Qual è il modo per uscirne, Sono esausta e non ce la faccio più.

    • dssamassaro scrive:

      Gentile Signora Sibilla,

      le preoccupazioni nei confronti dei figli sono naturali e spesso motivate, ma quello che le rende anomale è l’intensità dell’ansia, sproporzionata rispetto alla situazione che la genera, e la produzione continua di fantasie catastrofiche che concernono tutte le situazioni nelle quali un figlio si può trovare.
      Provare troppa ansia in maniera continua e a fronte di qualsiasi contesto e situazione rende insomma le preoccupazioni eccessive e potenzialmente spia di sentimenti opposti, presenti a livello inconscio, che si manifestano con il meccanismo della “formazione reattiva”.

      Stando a quanto riferisce sembra che lei abbia provato continuamente ansia per sua figlia immaginando scenari terribili in ogni contesto nel quale la bambina si potesse trovare, cosa che sta facendo ancora oggi che è un’adulta.
      Questa iper-produzione di fantasie catastrofiche si può presumibilmente ricollegare ad un’ostilità inconscia che può cercare di individuare, riflettendo fra sé e sé sugli aspetti negativi che la nascita di sua figlia ha generato.

      La nascita di ogni bambino infatti porta sì gioia, ma può avere contemporaneamente un impatto negativo sulla vita della madre, con un aumento di stress, fatica fisica e mentale, la rinuncia al lavoro, l’indisponibilità nei confronti del partner che può allontanarsi e incolpare la donna e così via.
      Di conseguenza possono essere molti i motivi che portano in certi momenti a pensare che la vita era migliore prima di avere figli e questi pensieri, solitamente elaborati nei momenti di stanchezza, possono essere presenti a livello inconscio e quindi rimossi quando la donna non li accetta assolutamente e li vive come del tutto incompatibili con l’immagine della buona madre che desidera incarnare.

      Le suggerisco di pensare a tutto questo e di chiedersi quali sentimenti negativi verso sua figlia non riesce ad accettare: se li porterà alla luce riuscirà probabilmente almeno in parte ad attenuare la sua ansia. Per liberarsene del tutto si può supporre che le occorra una psicoterapia psicodinamica, quindi le consiglio di riflettere su questa opportunità.

      Un caro saluto,
      d.ssa Flavia Massaro

  15. angy scrive:

    Cara dottoressa, da circa una settimana soffro di attacchi di panico e ansia..premetto che da sempre sono stata una ragazza ansiosa…tutto è iniziato una settimana fa,da poco io e il mio ragazzo stiamo organizzando il nostro matrimonio. Vivo in casa con mia madre, il suo compagno e il mio fratellino nato da questa relazione.mia madre e il suo compagno lavorano quindi io mi occupo del piccolo di 4 anni che per me è come un figlio.cerco di proteggerlo sempre e di non fargli mancare amore e affetto proprio come un figlio..io sto sempre a casa perché non lavoro, esco solo il fine è settimana e tutto il resto mi dedico a lui.un giorno mi ha fatto arrabbiare (cosa che io non faccio mai o lievemente )e mi sono sentita in colpa…ho cominciato a piangere,quando lo guardo ho paura di tutto che possa succedere qualcosa di brutto a lui o che pensando il male e come se io glielo augurassi, ma io darei la mia vita per lui nel vero senso …e comincio ad avere attacchi di panico e pianti…lo guardo e penso sempre cose brutte..e vorrei che ogni volta che penso cose brutte mi succedono a me perché per me lui è tutto..ho provato a parlarne ma mi sento dire che non devo pensare a questo ecc…ma io non ce la faccio . purtroppo anche quando sono fuori con gli amici ci penso e cerco di controllarmi ma non c’è la faccio…cosa devo fare?questa situazione è diventata invivibile e mentre tutt’ora scrivo piango…grazie mille

    • dssamassaro scrive:

      Cara Angy,

      è possibile che lei provi dell’ostilità verso questo fratellino che è così piccolo da non avere alcuna responsabilità, mentre lei sta per compiere un cambiamento importante (matrimonio) e sta per assumersi di conseguenza tutta una serie di responsabilità e rischi che difficilmente lasciano indifferente neanche chi si sposa con grande entusiasmo. E’ anche possibile che doversi occupare di lui tutto il giorno le pesi più di quanto vuole ammettere a sé stessa: dice infatti di non arrabbiarsi mai o solo lievemente e quindi si può pensare che inibisca eccessivamente la rabbia per paura di esprimerla in maniera troppo intensa, ma questa rabbia non scompare nel nulla. Si riversa piuttosto nell’inconscio, dove dà vita a desideri inaccettabili per il nostro Io che si trasformano in preoccupazioni ossessive.

      Penso quindi che la situazione possa dipendere sia dallo stress per il matrimonio, sia dalla difficoltà di occuparsi tutto il giorno del figlio di un’altra donna (anche se si tratta di sua madre, infatti, si trova pur sempre sulle spalle un peso che non ha voluto lei).

      Ovviamente non posso darle certezze, non conoscendola di persona, ma se il disagio che prova è significativo e non riesce a liberarsene non posso che consigliarle di parlarne di persona con uno psicologo per approfondire il discorso e lavorare sul problema.

      Le faccio tanti auguri,
      d.ssa Flavia Massaro

  16. Carolina scrive:

    Gentile Dott.ssa!
    Grazie per il suo articolo! Anche io mi trovo nella situazione descritta da ormai 7 anni, da quando mia mamma è stata operata da un tumore al seno. Per me è stato un evento scioccante, la classica doccia fredda, perché la notizia è arrivata improvvisa dopo una normale mammografia di screening. Ora sta bene, è sempre sotto controllo, ma ogni anno quando si avvicina la data del controllo annuale non riesco a pensare ad altro e vivo in costante terrore che possa riaccadere. Mi rendo conto che sia la mia mente coscia ad alimentare quest’apprensione, il trauma registrato non fa che ingigantirsi nonostante siano passati diversi anni. Ho un rapporto sereno e aperto con lei, ma non gliene parlo perché mi vergogno di questa mia paura e non vorrei turbarla anche perché lei, a diversità di me, non nutre timori di una recidiva. Mi può aiutare a cancellare questo terrore? Un caro saluto! Grazie

    • dssamassaro scrive:

      Cara Carolina,

      nel suo caso si è effettivamente verificato un evento scioccante, come può essere la scoperta di un tumore, e la preoccupazione che lei vive ogni anno in prossimità del controllo è motivata anche oggettivamente dalla possibilità (seppur sempre più contenuta, con il passare degli anni) di una recidiva.
      L’aspetto che può far pensare che lei nutra dell’ostilità inconscia verso sua madre è il rifiuto di comunicarle che è preoccupata, come se appunto farlo significasse confessare di provare dei sentimenti negativi invece che un’affettuosa apprensione.

      Forse è presente anche una certa quota di dipendenza dalla mamma che le rende particolarmente angoscioso pensare che possa morire e che di per sé è fonte di rabbia, dal momento che dipendere da qualcuno significa anche detestare la propria condizione di subalternità, passività e scarsa autonomia e lo squilibrio di potere fra i due soggetti.

      Non conosco nel dettaglio la sua situazione, perciò non posso dirle altro. In ogni caso la invito a riflettere su quello che le ho scritto e a chiedere eventualmente aiuto ad uno psicologo se non riuscisse a liberarsi dall’ansia.

      Un caro saluto,
      d.ssa Flavia Massaro

  17. vale scrive:

    Buonasera dottoressa,
    per caso mi sono imbattuta nel suo sito che trovo molto interessante. Brevemente le descrivo la mia situazione, perdo il padre per un’intervento chirurgico (e questo episodio a stento credo di averlo superato oggi che sono alla soglia dei 40 anni) rimango quindi con mamma e una sorella. (papà ci lascia in tenera eà)in me è scattato una sorta di protezione nei confronti della mia famiglia ma anche molti contrasti con loro soprattutto con mamma anche in età evoluta.oggi che mamma ha 75 anni e qualche acciacco ho sempre il terrore che possa succederle qualche cosa di grave, possa morire e lasciarci ache lei.Questa angoscia alle volte è molto forte altre volte è più latente, ma comunque mi crea dei continui balzi e mi preoccupo sempre. cosa mi consiglia?grazie

    • dssamassaro scrive:

      Cara Vale,
      le consiglio sicuramente di analizzare i motivi per i quali prova della rabbia nei confronti di sua mamma e di cercare di risolverli.
      E’ possibile che essendo cresciuta solo con lei perché ha purtroppo perso il papà da piccola lei non abbia attraversato una fisiologica fase adolescenziale nella quale esprimere aggressività verso l’unico genitore che le era rimasto: nel caso in cui le cose fossero andate così lei si sarebbe trovata in seguito a fronteggiare ed elaborare l’aggressività non espressa e quindi non superata in precedenza (passaggio fondamentale per arrivare ad un rapporto equilibrato con i genitori in età adulta), con il risultato di immaginare anche esiti tragici senza averne motivi oggettivi.
      Ovviamente la mia è solo un’ipotesi, dal momento che non la conosco, ma le suggerisco di riflettere su questo e di farsi eventualmente aiutare da uno psicologo se non riuscisse a trovare da sola una via d’uscita.

      Le faccio tanti auguri,
      d.ssa Flavia Massaro

  18. lorenza scrive:

    Gentile dottoressa ho letto la sua pagina in un momento di ansia assoluta … uno di quelli che da sempre accompagnano la mia vita . Una vita piena di eventi , di sconfitte e di successi ma tutto sommato positiva. Adesso i miei figli sono grandi e da molti anni vivo da sola . Non soffro assolutamente la solitudine e penso che non potrei mai riaverli a casa perchè da sempre , fin da bambina, ho desiderato essere sola. Ho cresciuto i miei figli da sola , li ho mantenuti da sola e li ho sempre , nonostante una professione molto impegnativa , seguiti . Sono dei bravi ragazzi e non mi hanno mai dato preoccupazioni particolari . Ciononostante io sono sempre vissuta nel terrore che morissero e leggendo le cose che lei scrive mi sono accorta di avere costruito intorno a me una gabbia e di non essermi mai accorta di essere una prigioniera . Particolarmente nei confronti della mia figlia più piccola , che per motivi di studio e poi di lavoro , è andata all’estero giovanissima e non è più tornata io ho costruito un complesso sistema finalizzato assieme ad alimentare e a sedare la mia ansia . L’ho lasciata totalmente libera di fare le sue scelte libera a tal punto che la mia esistenza in queste scelte non ha alcun rilievo. L’ho spinta a fare così anche perchè in fondo andiamo molto più d’accordo a distanza e nè io nè lei sentiamo il bisogno di fare diversamente . Ma adesso comincio a capire che la mia scelta di crescere e mantenere i figli da sola ha avuto un risvolto da me mai accettato , una penalizzazione di me come donna piuttosto che come persona. Ho infatti un lavoro che amo molto e che da un senso alla mia vita ma nella mia vita non c’è molto altro . Sono decenni che ho smesso di pensarmi come donna e adesso comincio a pensare che questa condizione , che mi è sempre parsa ovvia, produca la rabbia e i sentimenti negativi che non so di avere ma che forse sono all’origine degli stati di ansia verso questa mia figlia. Le mie fantasie sono indicibili e si accompagnano alla paura che le possa succedere qualcosa … morire, scomparire , ammalarsi … sono così articolate e minuziose che leggere quello che lei scrive mi ha fatto pensare che forse davvero sono piena di risentimento per quella gabbia che mi sono costruita e che mi tengo ben stretta .. che forse tutto quello che mi sono imposta di fare è stato troppo e quelle fantasie di morte così angoscianti forse sono il messaggio di una me stessa che dice basta a questo legame e che chiede di esistere a prescindere dai figli .Forse devo ammettere a me stessa che la continua paura che le possa succedere qualcosa racconta la rabbia che provo per tutto questo … ma le rinunce che ho fatto sono state una mia scelta e faccio davvero fatica a capire perchè questo risentimento dovrebbe rivolgersi a mia figlia e non a me … Grazie

    • dssamassaro scrive:

      Cara Lorenza,

      lei scrive una cosa che mi ha colpita molto:

      “da sempre , fin da bambina, ho desiderato essere sola”.

      Comprenderà che questo non è un desiderio usuale, ma che anzi abitualmente i bambini immaginano un futuro ricco e sereno dal punto di vista relazionale, e non certo la solitudine.
      Lei ha addirittura scelto di avere e mantenere i suoi figli da sola: non so cosa questo significhi (ha ricercato delle gravidanze con rapporti occasionali? non ha fatto sapere al padre o ai padri dei suoi figli della loro esistenza?) ma indica sicuramente che lei è in qualche modo terrorizzata dal rapporto di coppia e che se ne è tenuta bene alla larga, col risultato di aver creato quella “gabbia” che cita nel suo scritto e la sensazione di non esistere a prescindere dai suoi figli. Questa sensazione è legata presumibilmente al fatto che lei si è condannata da sola a ricoprire l’unico ruolo di madre e non anche quello di moglie/compagna, con il risultato di aver mortificato della parti di Sé che invece probabilmente richiedevano attenzione e cura da parte sua.

      E’ possibile che desiderasse fin da bambina di essere sola perché ha avuto una pessima esperienza nella sua famiglia d’origine, o perché ha assistito con sofferenza alle dinamiche del rapporto fra i suoi genitori: se in qualche modo è arrivata già da piccola alla conclusione che la solitudine fosse da preferire e da ricercare dev’essere successo qualcosa che l’ha condizionata profondamente e che ha reso quindi non libere le scelte successive, che lei ha invece percepito come tali.

      Vista la complessità del caso (e anche della sua personalità, per quello che emerge da ciò che mi scrive) le consiglio sentitamente di rivolgersi ad uno psicologo psicoterapeuta di orientamento psicodinamico/psicoanalitico per affrontare quei nodi della sua esistenza che non ha ancora risolto e liberarsi dalle zavorre che hanno appesantito tutta la sua vita.
      Al di là infatti di superare i timori infondati per l’incolumità di sua figlia è importante che inizi a prendersi cura di sé e a fare qualcosa per sé stessa, per non continuare a condannarsi alla solitudine e a risentire di dinamiche che appartengono ormai ad un lontano passato.

      Le faccio tanti auguri,
      d.ssa Flavia Massaro

  19. luca scrive:

    Buongiorno, ho un figlio che fra un paio di mesi avrà 4 anni e io ne ho 44, le scrivo perchè spesso mi capita di vivere momenti di angoscia in merito al fatto che gli possa accadere qualcosa, mi rendo conto che sono facilmente suggestionabile, una notizia di un tg, una frase detta o sentita senza un nesso apparente, puo’ far si che partano pensieri con bruttissime sensazioni, il pensiero finale è sempre legato al fatto che lui è la mia vita e che la mia vita non avrebbe senso senza di lui.
    Leggendo il suo articolo il collegamento che mi viene in mente è che avendo avuto una vita molto libertina prima di lui, in cui il legame maggiore era dettata dalla scadenza dello yogurt, adesso sento il peso delle responsabilità per cercare di essere il meglio che posso come genitore, le preciso che ho una compagna fantastica che è anche una mamma meravigliosa, ma non è facile poter descrivere questi fenomeni.
    La ringrazio anticipatamente perchè questi pensieri spesso pregiudicano la mia serenità quotidiana

    • dssamassaro scrive:

      Caro Luca,

      è possibile che la sua interpretazione della situazione sia corretta: se in precedenza viveva senza alcun vincolo è comprensibile che ora si senta schiacciato dal peso della responsabilità della nuova vita che ha generato e che questo provochi in lei rabbia e insofferenza, accanto alla gioia di aver avuto un figlio che ama e che considera tanto importante da pensare che la sua vita non avrebbe senso senza di lui.
      A questo aggiungerei altre possibili cause di rabbia che molti neo-papà vivono, pur essendo contenti di aver avuto un bambino: spesso accade che la presenza di una nuova vita che assorbe tutta l’attenzione e tutte le energie della propria compagna generi sentimenti di gelosia, di frustrazione, di esclusione, di rifiuto sul piano sessuale, sentimenti che potrebbero riguardare anche lei.

      Dal momento che questo tipo di ansia le può effettivamente rovinare le giornate e soprattutto può essere trasmesso al bambino, verso il quale lei rischia di essere eccessivamente apprensivo, le suggerirei di avvalersi dell’aiuto di uno psicologo con il quale fare qualche colloquio per approfondire la situazione e tranquillizzarsi.

      Tanti cari auguri,
      d.ssa Flavia Massaro

  20. Maria Rita scrive:

    Sono una donna di 48 anni sposata e ho due figlie di 20 e 9 anni. Ho avuto un’infanzia complicata e solitaria; mio padre è morto quando avevo nove anni e mia madre nel tentativo di ricoprire entrambi i ruoli non è riuscita ad essere particolarmente attenta alle mie difficoltà… da qualche tempo dopo un po di problemi con la figlia più grande, ho sensazioni fortissime di paura continue e non riesco a parlarne con nessuno…

    • dssamassaro scrive:

      Cara Maria Rita,

      le suggerisco di parlare di persona con uno psicologo di quello che prova e del suo doloroso passato, che comprensibilmente influenza anche il suo presente e le toglie serenità.
      Essersi rivolta a me è un primo passo, ma non è questa la sede adatta per lavorare sul suo problema.
      Abbia fiducia nel fatto che le sue difficoltà si possano risolvere e non attenda oltre per chiedere aiuto.

      Le faccio tanti auguri,
      d.ssa Flavia Massaro

  21. luna scrive:

    Ciao, sono luna e ho 16 anni. Ho cercato questo articolo proprio perché poco fa facendo questi pensieri sono scoppiata in lacrime. Fin da quando ero bambina ho sempre avuto la costante paura che i miei genitori o i miei nonni morissero, succedeva davvero spessissimo che io mi mettessi a piangere per questi pensieri continui che facevo e che tutt’ora faccio. Ogni volta mia madre doveva calmarmi. Ma non credo proprio che mi succeda questo perché nutro rabbia nei loro confronti. Mi piacerebbe molto ricevere una risposta

    • dssamassaro scrive:

      Cara Luna,

      essendo tu minorenne non posso risponderti entrando nel merito perché occorrerebbe il consenso dei tuoi genitori.
      In ogni caso tini presente che i sentimenti di cui si parla nell’articolo sono inconsci, e quindi è perfettamente normale non riconoscerli con facilità.

      La paura di restare soli è piuttosto frequente nei bambini e, visto che la famiglia è al corrente della tua angoscia, risalente all’infanzia, ti suggerisco di chiedere ai tuoi di rivolgerti ad uno psicologo di persona per risolvere il problema.

      Ti faccio tanti auguri,
      d.ssa Flavia Massaro

  22. Alexandra scrive:

    Salve , sono Alexandra e ho 26 anni , sono capitata casualmente e per fortuna sulla vostra pagina , fin da piccola sono stata io il genitore di mia madre un po per mio indole in po per ovvi suoi comportamenti .Tuttavia io da un anno a questa parte ma anche di più sono diventata molto apprensiva nei confronti mamma lei ha 59 anni non ha disturbi fisici a parte la schiena ma il punto e che non fa mai controlli da anni ormai e questo sul ennesimo comportamento mi sembra da egoista nei confronti di tutti e tre noi figli ………….so solo che vorrei fare tante cose per lei , vorrei che cambiasse o quantomeno modificasse alcuni suoi stili di vita , non ha vizi e non è in sovrappeso però per esempio non segue una giusta dieta alimentare , non vuole fare sport perché pensa di peggiorare con la schiena ……il punto e che ogni volta che le trovo la soluzione alle sue possibili problematiche lei rimanda e rifiuta ……so che non potrò cambiarla ma quanto vorrei che apprezzasse tutto questo e condividesse con me di più di liti continue o chiedermi soldi per andare avanti io per lei farei tutto però non mi ascolta e non si riesce a parlare perché continua a giustificare i suoi comportamenti e scelte come se fosse sempre colpa di qualcuno o qualcosa che lo ha impedito !! Io sono qui e lei non vuole ……psicologicamente ho chiaro tanto dei suoi comportamenti e la rabbia e il dolore che mi fa perché saprei come aiutarla almeno un pochino ma niente lei mi sembra un cane che si morde la coda si lamenta e quando le offro la soluzione comuqne non lo fa e rifiuta qualsiasi tipo di regola ! Per me e dura perché vivrò sempre in conflitto ….vedo troppo dall esterno !

    • dssamassaro scrive:

      Cara Alexandra, da quanto scrive sembra proprio che lei sia pienamente identificata con il ruolo di madre di sua madre: se rileggerà le sue parole infatti vedrà che sembra un discorso elaborato dalla madre di un’adolescente, che si lamenta che non si confida, che chiede solo soldi, che non ascolta consigli e non vuole modificare uno stile di vita dannoso e così via.
      In questi casi la persona che non vuole proprio cambiare e ascoltare i consigli di chi le vuole bene riceve moltissime attenzioni e le riceve proprio perché si rifiuta di collaborare, mantenendo così in vita il problema che spinge gli altri a interessarsi così tanto di lei.
      Per questo le suggerisco di provare a cambiare strategia e di iniziare a considerarla un’adulta (ha quasi 60 anni!) in pieno diritto di decidere cosa vuole fare.
      Smetterei anche di darle soldi, a meno che non sia impossibilitata a guadagnarseli con qualche lavoro anche occasionale o non servano per qualcosa di indispensabile: farei insomma il possibile per cambiare drasticamente il vostro rapporto e per cercare di trattarla da adulta, cosa che sua madre in fondo rivendica di essere quando rifiuta di “ubbidire” ai suoi suggerimenti.
      Provi a trattarla da adulta fino in fondo e a vedere cosa succede, soprattutto se coinvolgendosi meno prova la rabbia e dolore diminuiscono a propria volta.

      Se vuole mi faccia sapere come vanno le cose,
      un caro saluto
      d.ssa Flavia Massaro

  23. Elisa scrive:

    Buongiorno dottoressa,
    Sto vivendo un periodo terribile per via di continui pensieri e paure sulla salute del mio ragazzo. Non vivo serenamente il mio presente con lui perché continuo a pensare che se un giorno dovesse succedergli qualcosa (in particolare una malattia) io non lo sopporterei. Per questo motivo ho già iniziato un percorso con una psicologa che mi ha seguito in precedenza per 2 anni per aiutarmi a liberarmi da un doc da contaminazione. Il problema è che questi pensieri non passano nonostante il mio impegno. La prima cosa che ho pensato quando ho letto l’articolo è stata che è assurdo, perché quello che provo lo riconduco sempre al sentimento fortissimo che mi lega a lui. Lo amo talmente tanto e desidero talmente tanto avere dei figli e invecchiare con lui che soffro terribilmente all’idea che questo possa non accadere (abbiamo 25 anni) e sto talmente male per la paura che a volte penso che vorrei essere già vecchia per vedere che si sono realizzati tutti i miei sogni. Ora mi chiedo, cosa devo fare? Non ho rabbia nei suoi confronti! Mi infastidiscono a volte alcune cose ma come in tutte le relazioni, nulla di più. In generale mi fa felicissima passare il mio tempo con lui è proprio per questo ho il terrore di perderlo.

    • dssamassaro scrive:

      Cara Chiara,
      la rabbia alla quale fa riferimento l’articolo è inconscia ed è quindi normale che non si renda conto della sua presenza.
      Ovviamente non conoscendola non sono in grado di dirle altro, ma se è passata dalla paura della contaminazione alla paura che succeda qualcosa al suo ragazzo si può pensare che il problema della sua ossessività non sia stato risolto in precedenza e che sia riemerso in questa forma.
      Che tipo di psicoterapia ha effettuato e ha ora ripreso?

  24. Alice scrive:

    Buongiorno dott.ssa Massaro.
    Anch’io ho un problema analogo a quello descritto nel Suo articolo.
    Sono una ragazza di 27 anni, figlia unica.
    Ho un bellissimo rapporto con i miei genitori e fino a qualche anno fa ero una persona abbastanza serena, anche se sono sempre stata di indole un po’ Da qualche anno vivo episodi – per ora sporadici (che tendono ad intensificarsi in periodi di particolare stress o stanchezza) – di irrequietezza, in cui vengo assillata dal pensiero che a mia madre possa capitare qualcosa di brutto ovvero possa contrarre qualche spiacevole malattia.
    Ho provato a ricondurre questo disturbo al fatto che qualche anno fa mia madre ha subito due interventi ed abbiamo passato un periodo abbastanza difficile, soprattutto per quanto ha riguardato la riabilitazione.
    Alla fine, però, mi sono detta che il tutto è stato superato benissimo, mia mamma ha ripreso bene, senza postumi.
    Solo che da allora mia madre stessa è diventata un pochino più ansiosa di prima e soprattutto ipocondriaca: ogni dolore che sente la manda un po’ in agitazione.
    Non so se le due cose siano correlate: sta di fatto che, ad oggi, alterno periodi di totale serenità e tranquillità (che sono quelli più frequenti) e periodi – sporadici – di ansia e paura, che peraltro non riesco a gestire bene.
    Vorrei un suo parere su questo problema (che non è grave, ma senza il quale potrei vivere meglio).
    La ringrazio molto.

    • dssamassaro scrive:

      Cara Alice,

      è possibile che le due cose siano correlate se lei è assillata dal pensiero che a sua madre ossa capitare qualcosa di brutto nei momenti in cui sua madre stessa è particolarmente preoccupata e lamentosa.
      L’ha definita ipocondriaca ed è possibile che le sue manifestazioni ansiose immotivate la irritino e la portino a generare a sua volta delle preoccupazioni immotivate nei periodi nei quali è più stanca e quindi meno tollerante nei confronti di sua mamma e di quello che prova e che esprime.
      Cosa ne pensa?

      Per quanto riguarda sua mamma le suggerisca di farsi seguire da uno psicologo, perchè è normale che dopo aver subito due interventi seri e un periodo di riabilitazione impegnativo si sia innescata in lei la paura di poter stare di nuovo male.
      Se dal punto di vista medico è tutto a posto questa paura è semplicemente dettata da fattori psicologici e quindi sarebbe bene che si facesse aiutare a riprendersi non solo fisicamente, ma anche mentalmente, da quello che è successo.

  25. Cinzia scrive:

    Gentilissima dottoressa,
    io non riesco a capacitarmi di ciò che scrive nell’articolo… Ho riflettuto un po’ prima di scriverle, e forse il problema l’ho compreso. Provo a raccontarle brevemente.
    Ho due figli di 12 e 14 anni, fino a qualche anno fa non ero assolutamente una mamma ansiosa o chioccia: consideravo la febbre (anche alta) fisiologica in concomitanza con un’influenza o un raffreddore, e non mi preoccupavo mai eccessivamente. Avevo un rapporto sereno con il mio partner (padre dei bimbi).
    Da qualche anno le cose tra noi non vanno più, lui è presente solamente “fisicamente” con i figli: lavora per mantenerli e li “guarda” quando io non ci sono. Ma non si fa assolutamente carico di nulla che li riguardi, dai colloqui con le insegnanti, ai corsi di nuoto, ai libri che possono servire loro, etc. etc.
    E io, da qualche anno, ho iniziato ad avere una preoccupazione che definirei patologica nei confronti della loro salute: credo che la pediatra non mi abbia mai visto così spesso come negli ultimi anni, visto che quando erano piccini non li portavo mai!!!

    Fatico davvero a pensare che il peso delle responsabilità che sento nei loro confronti possa generare quella rabbia che mi possa portare a desiderare, seppur inconsciamente, che loro non ci siano più…

    Il problema effettivo, comunque, è che io soffro di un’ansia fortissima, quando non sono angosciata per la loro salute lo sono per la mia… ipocondriaca, dice la psicologa che mi segue, a cui mi sono rivolta per frequenti attacchi di panico.
    Con il suo aiuto psicologico sono riuscita a separarmi dal mio compagno, e pensavo che questo avrebbe potuto darmi un po’ di serenità in più. Invece ha raddoppiato i problemi, a cui si sono aggiunti tutti quelli legati alla gestione dei figli… Ma non riesco a gestire questo terrore legato alla loro salute (e alla mia). Ho assunto anche un antidepressivo per un po’ di mesi (ne ho cambiati un po’, per trovare quello giusto, con il supporto di uno psichiatra) ma poi l’ho smesso perché non mi dava alcun beneficio…

    Mi sento in colpa nei loro confronti perché riconosco il peso delle responsabilità, e nell’intimo sento che non sto dando loro tutto il tempo e la disponibilità di cui avrebbero bisogno… ho una persona vicina da qualche anno, molto disponibile anche a fare cose con loro, e loro ci stanno bene assieme, ma questo non placa le mie ansie. Non riesco più a vivere con questa angoscia.

    Cosa posso fare?

    La ringrazio per la disponibilità e la gentilezza.

    • dssamassaro scrive:

      Cara Cinzia,

      se le sue preoccupazioni sono sorte e aumentate quanto più il suo ex l’ha lasciata di fatto sola a sostenere tutto il peso della famiglia e della gestione dei figli è altamente probabile che questa situazione disagevole abbia prodotto in lei rabbia e insofferenza, e che il suo inconscio abbia elaborato un pensiero del tipo “vorrei molare tutto e non dovermi più curare di nessuno”. Questo equivale a un desiderio di essere libera da ogni legame, compreso quello con i suoi figli che a livello conscio chiaramente ama e che non vorrebbe mai perdere.
      Il fatto che la separazione dal suo compagno non abbia risolto il problema, ma l’abbia anzi aggravato, conferma l’ipotesi che la questione non riguardava tanto lui, quanto le dinamiche che si sono create (pur a causa sua) nel rapporto fra lei e i figli e la pesantezza che tutto questo le provoca.
      Ovviamente non conoscendola posso far solo delle ipotesi, ma il fatto che non si renda conto a livello cosciente della rabbia che prova per la situazione e i pesi che deve sopportare non significa che le sue emozioni non siano di questo tipo, e le preoccupazioni immotivate che elabora ne sono la riprova.

      Ha detto di essere stata seguita da una psicologa durante il periodo di separazione: vi vedete ancora?
      Si tratta(va) di un percorso di sostegno o di una psicoterapia? In quest’ultimo caso, sa dirmi di che tipo di psicoterapia si tratta(va)?

      • Cinzia scrive:

        Grazie per la risposta!
        Non è il mio inconscio a dire “vorrei mollare tutto” bensì una parte molto conscia di me, non lo faccio perché so quali sono le responsabilità che avere dei figli comporta, ma ciò non toglie che sono pienamente consapevole di ciò che vorrei… e di quanto mi pesi sobbarcarmi quasi interamente da sola il seguire due figli quasi adolescenti, con tutti i problemi annessi e connessi…

        Dalla psicologa vado davvero saltuariamente, mi sono rivolta al CSM di zona e mi hanno messo in carico ad una dottoressa, però non le saprei dire che percorso offra…

        Vorrei solo riuscire a gestire al meglio i ragazzi, senza i continui sensi di colpa e, soprattutto, senza essere eternamente divisa tra ciò che avrebbe potuto essere (non essere mai diventata madre, e quindi non dover portare il peso di tanta responsabilità) e ciò che sono. Perché io a loro voglio un mondo di bene, impazzirei se dovesse loro capitare qualcosa ma, nello stesso tempo, mi rendo conto di essere una pessima madre, perché non riesco a trarre piacere e serenità nell’occuparmi di loro…

        • dssamassaro scrive:

          Se trovandosi in difficoltà ha chiesto aiuto non è affatto una pessima madre, ma una madre consapevole di avere bisogno di un sostegno in un periodo particolarmente difficile.
          Sta vedendo la psicologa saltuariamente perché il CSM offre poche sedute o per altri motivi?

          • Cinzia scrive:

            Perché il ciclo di sedute che il CSM offre è limitato…
            Grazie per la risposta

          • Cinzia scrive:

            Ho parlato con la psicologa del suo articolo, lei è concorde con la sua analisi: mi ha detto che non ne avrebbe parlato così “apertamente” ma, visto che ho espresso io il dubbio che le cose possano essere così, possiamo affrontare le cose senza tanti giri di parole.

            Il mio problema è che, come forse giustamente è, lei non mi può dare una soluzione ma devo essere io ad accettare le mie paure e ad imparare a conviverci, perché non si possono eliminare, solo “comprenderle”.

            Questo però non migliora la mia situazione, vivo nella perenne angoscia che succeda qualcosa di brutto ai miei figli e questo mi causa spesso una fortissima ansia che, a volte, sfocia in veri e propri attacchi di panico. A volte penso non sia solo ipocondria… mi trovo a pensare a come potrei stare meglio se avessi il coraggio di farla finita… forse farei del male ai ragazzi, ma non dovrei più convivere con questa angosciosa e quasi quotidiana sensazione di morte…

          • dssamassaro scrive:

            E’ importante che comunichi alla sua psicologa tutti questi suoi pensieri, in modo tale che possa avere una conoscenza completa della sua situazione e valutare se sia il caso di inviarla anche dal medico psichiatra per un supporto farmacologico.

            Si affidi al percorso che sta effettuando, che le sarà di sicuro d’aiuto per uscire da questa situazione.
            Si informi anche sulle tariffe degli psicologi privati della sua zona e sull’eventuale presenza di strutture private convenzionate, nel caso in cui le sedute erogate dal CSM fossero insufficienti a risolvere il suo disagio, perché è importante che non lasci il lavoro a metà.

  26. katia scrive:

    Buonasera mi chiamo katia ed ho 54 anni.Ho due figli già adulti che per motivi di lavoro vivono in due diverse città ma che sento regolarmente ogni ogni giorno. Sono sempre stata un tipo non particolarmente apprensiva specialmente sulla salute dei figli. Ho persino superato un intervento per l’asportazione di un cancro. La mia folle ansia per la salute dei miei figli si scatenata nel 2004 per una serie di problemi di salute(quasi superati) del maggiore. Da allora stato un qualsiasi spiarli, anche un mal di testa mi faceva tremare come una foglia perchè ogni sintomo mi sembra legarsi ad un mieloma, un linfoma, un melanoma, ecc. inoltre se non rispondono al telefono comincio a pensare alle più oscure tragedie. Il tutto ho cercato di mimetizzarlo, soffro internamente, non dormo anche per un foruncolo.Si è ulteriormente aggravato quando una notte suonato il citofono e mi è stato detto: Apra Polizia. Era uno scherzo ma ho cominciato ad urlare e a piangere credendo che stessero per dirmi che mio figlio era morto. Mio marito che si era alzato anche lui per il suono del citofono e che ha dopo alcuni minuti realizzato che era una bravata..ha dovuto calmarmi. Da quel giorno la mia sofferenza aumentata e soffro talmente tanto che ho pensato di suicidarmi. Ho chiesto aiuto e sono seguita presso un consultorio ma sono i primi incontri e ancora faccio dei test ma non ho iniziato alcuna terapia perchè la psicologa deve valutare se inviarmi in psichiatria. Intanto conduco una vita sociale apparentemente normale. Lavoro, viaggio con mio marito, faccio le vacanze, frequento amici ma con la testa sto sempre a fantasticare su disgrazie e malattie che potrebbero colpire i miei figli. Tengo a precisare che quell’orrendo scherzo mi stato fatto mentre ero convalescente per un intervento chirurgico abbastanza delicato. La psicologa dice che l’essere convalescente ha aggravato la mia reazione. Io continuo a desiderare di morire per non soffrire.

    • dssamassaro scrive:

      Cara Signora,

      dalle sue parole traspare una sofferenza molto acuta ed è un bene che si sia rivolta al consultorio per avere un aiuto.
      Immagino che abbiate concluso che le occorra anche un sostegno farmacologico, a meno che la situazione non sia rapidamente migliorata dopo alcuni colloqui.
      Concordo sul fatto che essere in convalescenza dopo un intervento chirurgico possa averla predisposta a reagire molto male a quel brutto scherzo, al quale qualcun altro avrebbe reagito con ansia e agitazione decisamente più contenute.

      Segua con impegno il percorso che ha intrapreso e se le sedute erogate fossero poche e insufficienti ad aiutarla cerchi eventualmente altrove, ma non rinunci ad affrontare il problema per risolverlo alla radice.

      Le faccio tanti auguri,
      d.ssa Flavia Massaro

  27. Giorgie scrive:

    Gentilissima dottoressa..io sin da piccola ho sempre avuto paura che mia madre potesse morire..mi ricordo ancora adesso avro avuto 5 6 anni appena mia madre ci mandava a dormire me e mio fratello io cominciavo a piangere disperatamente in silenzio immaginandomi che lei moriva..glie l’avevo detto a mia madre di questa cosa ma lei non l’ha presa seriamente.avevo sempre bisogno di lei di abbraciarla di baciarla e quando dovevamo separarci la notte per andare a dormire io mi disperavo.ora a distanza di 20 anni io mi sono sposata ho una figlia di 3 anni ma le mie paure sono rimaste.sono terrorizzata che possa ingoiare qualche giocattolo o qualcosa che non dovrebbe.io non riesco a fare una vita serena e sono sempre arrabbiata con lei perche voglio proteggerla ma allo stesso tempo so che non posso soffocarla con le mie paure perche lei e una bimba e deve godersi la sua infanzia.io sono cosciente che i miei pensieri sono sbagliati ma non ci posso fare niente.mi sveglio nel cuore della notte immaginando brutte cose e non posso farci niente..

    • dssamassaro scrive:

      Cara Giorgie,

      è comprensibile che, non avendo risolto il problema e non essendosi liberata dell’angoscia inizialmente rivolta verso sua madre, lei la stia ora rivolgendo a sua figlia, immaginando per lei una fine orribile.

      La componente aggressiva dietro le sue paure emerge dall’espressione che lei stessa usa:
      “non posso soffocarla con le mie paure”.
      E’ possibile che, per quanto voglia bene alla sua bambina, come spesso accade ciò che prova per la piccola non sia del tutto lineare e sia presente un’ambivalenza che lega amore e rabbia.
      Mi dice infatti anche questo:
      “io non riesco a fare una vita serena e sono sempre arrabbiata con lei perché voglio proteggerla”
      e quindi ammette che una parte di questa rabbia sta già emergendo, sotto forma di rimproveri che lei motiva con la necessità di salvaguardare la bambina, ma che possono dipendere anche dal fatto che “a causa della bambina” lei non riesce più ad essere serena e quindi a vivere tranquilla come prima che la piccola nascesse.

      Forse lei è semplicemente stanca e ha bisogno di un aiuto perché il carico di lavoro è eccessivo, o forse è utile che ammetta a sé stessa cosa non sopporta del suo ruolo di madre e di come è cambiata la sua vita da quando la piccola è nata (o anche dalla gravidanza). Potrebbe ad esempio essere arrabbiata perché non ha più tempo per sé stessa, perché il rapporto con suo marito non è più quello di prima, perché con la gravidanza è ingrassata…
      Le spiegazioni possono essere tante e le suggerisco di riflettere su questo.
      Le consiglio di parlarne anche di persona con uno psicologo, se l’angoscia che la turba è forte e non accenna a diminuire.

      Le faccio tanti auguri,
      d.ssa Flavia Massaro

  28. Federica scrive:

    Salve dottoressa, 20 anni fa mia madre si ammalò di cancro, è stata operata, poi si è riammalata ed è stata operata di nuovo, qualche mese fa stessa storia!
    Lei è sempre stata assente con me quando ero piccola, ora vuole fare la “madre”, vuole essere cercata in continuazione, io non lo faccio e lei mi istalla i fatidici sensi di colpa.
    Penso che sia quasi contenta di stare male così pensa di ricevere molte attenzioni …
    Sono 20 anni che dice che deve morire, che sta x morire ecc… Io sono esausta perché grida sempre al lupo al lupo e sono sempre in ansia che lei muoia (mi sogno che mi chiamano e mi dicono che è morta, se sento un autoambulanza penso che è per lei, se vedo un incidente penso che mio papà sia caduto con la moto)
    Sono andata in terapia x diversi anni ma mia madre mi istalla queste paure e sensi di colpa e io non riesco a liberamene di queste angosce strazianti … Non riesco a capire cosa fare xche io le cose a mia madre che mi davano fastidio gliele ho sempre dette ma lei mi snobba cioè neanche mi risponde ….. Sono andata anche in terapia x anni ma niente ….. Spero lei possa consigliarmi … Grazie mille

    • dssamassaro scrive:

      Cara Federica,

      a volte quando le persone si ammalano si sentono in diritto di obbligare gli altri a fare quello che loro desiderano, come se la malattia desse il diritto di imporsi sugli altri e di farli sentire in colpa se non accondiscendono alle richieste ricevute.
      Se sua madre è stata assente e poco attenta quando lei era piccola avrebbe la possibilità di riflettere sui propri errori e di chiederle scusa, esprimendo il desiderio di ricostruire un rapporto madre-figlia basato su altri presupposti, mentre da quanto lei riferisce si è messa al centro della scena e sta usando da molti anni la propria salute come strumento di ricatto per ottenere quelle attenzioni che per prima non ha saputo dare alla figlia, cioè a lei.

      Da quanto scrive non ne può più di sentirsi dire in continuazione da sua madre che sta per morire, anche perché con tutta probabilità (se lo dice da 20 anni ed è ancora qui e in discreta salute) si è trattato solo di esagerazioni formulate per cercare di manipolarla.
      Se fosse realmente interessata a costruire un rapporto con lei ascolterebbe le sue lamentele e cercherebbe di capire il suo punto di vista, invece di apparirle come un muro di gomma che si lascia rimbalzare addosso qualsiasi critica.
      D’altro canto è anche vero che una diagnosi di tumore (singola o con recidive) cambia la percezione che una persona ha della propria esistenza e la può convincere realmente di essere in punto di morte, anche quando il quadro non è tale da giustificare questo tipo di timore: è quindi possibile che, oltre all’intento manipolatorio, certe affermazioni di sua madre rispecchino quello che realmente pensa della propria condizione.

      Anche se lei è stata seguita in passato penso che non abbia portato fino in fondo il lavoro su sé stessa, che andrebbe ripreso, e che magari si sia fatta seguire da uno psicologo di un orientamento non adatto ad aiutarla ad un livello sufficientemente profondo.
      Le suggerisco sicuramente di rivolgersi ad un mio collega di orientamento psicodinamico/psicoanalitico, che possa approfondire con lei il tema del legame irrisolto con sua mamma e consentirle di liberarsi da angoscia e sensi di colpa.

      Le faccio tanti auguri,
      d.ssa Flavia Massaro

  29. Maurizio scrive:

    Buongiorno,
    Mi chiamo Maurizio ho 45 anni sono single da 3 anni
    In seguito alla fine di una relazione durata 12 anni e che mi a fatto cadere in una fase di depressione acuta facendomi abbandonare il lavoro autonomo che facevo da 20 anni. Ho vissuto fino alla separazione una relazione abbastanza particolare, dividendomi tra la casa della mia compagna e la casa di mia madre,continuando a fare un lavoro che mi portava solo ansia e problematiche economiche. L’unica cosa che mi dava la forza di andare avanti era sapere che la mia compagna fosse sempre nella mia vita. Mi appoggiavo sempre a lei forse eccessivamente ma era l’unica cosa che mi faceva stare tranquillo. Da allora ho preso la decisione di vivere da solo isolandomi sempre di più prendendo coscienza della mia vita dei miei sbagli e delle mie paure che sono molte. a volte mi addormento alla notte con la speranza di non svegliarmi più mi sento fallito di non avere nulla di buono da dare e di essere un problema per gli altri.Sono sempre di cattivò umore è negativo in tutto quello che faccio, sento di essere sbagliato diverso e di non amare la vita. Confesso che fin da piccolo non riuscivo a staccarmi da mia madre..Sono sempre stato viziato e alla ricerca di una donna che in un certo senso prendesse il posto di mia madre. Ora ho perso fiducia in me stesso non faccio più niente e tutto è un problema…mi mancano gli stimoli per essere una persona migliore. Sbaglio e continuo a sbagliare quasi mi facesse piacere come per dare la colpa a qualcuno di come mi sento. Ho fatto un percorso psicologico di 2 anni e sono arrivato fino a qui ma non riesco a programmare nulla per il futuro a cominciare dalle piccole cose, ho person fiducia in me stesso e quando penso Che mia madre un domani possa mancare avendo 77 anni penso proprio che sia la fine per me…mi sento in un fosso e che sto trascinando anche chi mi circonda.non riesco a scrollarmi di dosso il passato e devo sempre essere coinvolto da qualcuno per fare qualsiasi cosa vivo costantemente con le ferite del passato e la paura del futuro…soffro di dipendenza affettiva da sempre e scavandomi dentro in questi ultimi anni vedo solo cose negative e brutti pensieri.grazie per l’attenzione.

    • dssamassaro scrive:

      Caro Maurizio,

      è importante che lei si sia fatto seguire da uno psicologo e questo ha aumentato sicuramente la sua consapevolezza di sé stesso e delle sue scelte, condizionate da fattori inconsci che hanno radici nella sua storia familiare, ma comprendere dinamiche e meccanismi in precedenza non chiari non è sufficiente a risolvere il problema.
      Da come parla di sé stesso potrebbe soffrire di un disturbo dell’umore ed è necessario che riprenda una terapia (sicuramente psicologica, e magari anche farmacologica) per uscire dallo stato di “negatività” nel quale si trova.

      La paura di perdere sua mamma – una mamma dal quale è stato cresciuto viziato (come lei mi dice) e dipendente, incapace di costruirsi la sua vita nonostante l’età e una relazione stabile in corso – è forse provocata dall’ambivalenza che prova verso di lei, perché se da un lato le vuole bene perché ne è stato amato (anche troppo), dall’altro è stato reso debole da un amore che immagino sia stato soffocante e questo non può non provocare in lei della rabbia.
      Se fosse stato cresciuto diversamente oggi avrebbe con tutta probabilità una sua famiglia e un’indipendenza adeguata, ma l’educazione ricevuta da sua madre ha avuto un ruolo nel renderle difficile raggiungere questi obiettivi, tanto che durante la sua lunga relazione di coppia si spostava fra casa della mamma e quella della sua compagna senza riuscire a stabilirsi presso quest’ultima.

      Considerato quanto riferisce non posso che considerare importante che lei riprenda una psicoterapia e un ottimo segno il fatto che finalmente si sia staccato fisicamente da sua mamma, andando a vivere da solo.
      Non è da escludere che il vissuto depressivo e il vuoto che sente dipendano anche da questa separazione, che ha conseguito senza probabilmente “sentirsela” davvero, ed è importante che riprenda a lavorare su di sé in psicoterapia per elaborare le emozioni legate al rapporto con sua madre per sciogliere i nodi del passato che non le consentono di costruirsi un futuro.

      Mi aggiorni quando vuole, se lo desidera.
      Le faccio tanti auguri,
      d.ssa Flavia Massaro

  30. Valentina scrive:

    Salve,
    Sono molto interessata a questo discorso ma nn riesco a capire come farlo coincidere con la mia storia. Ho 32 anni..sono sposata da quasi due anni e incinta per la prima volta (cosa che volevo da una vita)..e quindi dovrebbe essere un periodo meraviglioso per me..ho una famiglia che amo e che mi ama..ho vissuto un’infanzia felice e nn riesco a credere di provare sentimenti di paura per i miei cari perché in fondo sono arrabbiata con loro. Ovviamente sono ossessionata che succeda qualcosa di brutto ogni volta che qualcuno parte,è in viaggio ecc..ma io da che mi ricordi sono stata sempre molto apprensiva e la cosa che mi fa vivere male è che anche quando va tutto bene io ho il terrore che succeda qualcosa di brutto. Amo mio marito e nn potrei vivere senza di lui ed ho costantemente paura che gli succeda qualcosa. Appena mi dice che ha mal di pancia..mal di gola..mal.di testa ecc..io penso al peggio..Vivo con l’ansia che possa morire..e lo stesso vale per i miei genitori e mia sorella. Ho sempre dei pensieri brutti..e con il figlio che sto aspettando è la stessa cosa..paura di un aborto..paura che muoia da neonato..paura che possa morire io per il parto..io non so quanto il discorso di una rabbia repressa possa esser collegato con la mia storia. Aggiungo anche Che i miei stessi genitori sono molto apprensiva..non so se può essere per questo motivo. Grazie

    • dssamassaro scrive:

      Cara Valentina,

      le emozioni delle quali parlo nell’articolo sono inconsce e quindi non è possibile riconoscere di provarle senza un percorso di analisi che le porti alla luce.
      Dal momento che aspetta un bambino le suggerisco di rivolgersi ad uno psicologo psicoterapeuta di orientamento psicodinamico/psicoanalitico per affrontare le sue paure, che rischiano di influenzare molto significativamente sia la sua esperienza di futura madre, sia la sua serenità in generale e il rapporto con suo marito.
      E’ importante che non viva con tutto questo stress la gravidanza, perché il suo stato mentale si ripercuote sul feto (e un domani si ripercuoterà sul bambino) attraverso gli ormoni che produce quando è in ansia e ne può influenzare lo sviluppo.

      Tanti cari auguri,
      d.ssa Flavia Massaro

      • Valentina scrive:

        La ringrazio dottoressa per la gentile risposta. Provvederò a contattare uno psicologo se la cosa dovesse persistere!
        Cordiali saluti

  31. Chiara scrive:

    Gentile dott.ssa, sono una ragazza di 23 anni e Le scrivo poiché cercando informazioni sul web sono capitata per caso su questa pagina, trovando informazioni davvero molto interessanti e forse utili per cercare di capire che cosa mi stia succedendo ultimamente. Cerco di riassumere la mia storia così da poterle fornire qualche elemento in più… Dopo una relazione, iniziata in giovanissima età con quello che è stato per 7 anni il mio ragazzo e finita consensualmente, mi sono ritrovata single e sola per la prima volta dai tempi della mia adolescenza e mi sono pian piano accorta che, dal momento che ero libera di “guardarmi attorno”, molto spesso mi capitava di provare attrazione anche per le ragazze oltre che per i ragazzi. Passati i primi momenti di panico ho iniziato ad accettare gradualmente la cosa fino a sentirla come una parte di me, arrivando ad accogliere pienamente il mio orientamento. L’anno scorso ho conosciuto una donna stupenda che nel tempo mi ha fatto innamorare e che ora amo davvero molto. Il problema è che da quando stiamo insieme (circa 6 mesi) ho iniziato a sviluppare una tremenda paura di poterla perdere. Lei ha quasi 10 anni più di me e vive da sola ed il pensiero che possa fare un incidente, o che possa sentirsi male a casa senza nessuno che le dia assistenza, mi tolgono letteralmente il fiato. Io cerco di contenere le mie ansie e di parlarne con lei il meno possibile perché non voglio che si senta soffocare e mi sembra ingiusto assillarla con questioni che, mi rendo conto, non hanno alcuna base logica; tanto più che lei non adotta mai nessun comportamento irresponsabile che potrebbe, almeno in parte, giustificare il mio perenne stato di ansia. Tuttavia ogni volta che non mi risponde al telefono nella mia mente parte in automatico il pensiero di tutte le cose brutte che potrebbero esserle capitate e il dubbio su come io dovrei reagire… Dovrei contattare i suoi genitori? Andare a verificare di persona? Dopo quanto tempo dovrei effettivamente tradurre le mie preoccupazioni in reazione? Per fortuna queste situazioni si sono sempre risolte tempestivamente lasciando queste angosce relegate solo nella mia testa, ma per me non è facile vivere con questo peso perciò chiedo un Suo parere. Grazie.

  32. Francesca scrive:

    Buonasera dott.ssa volevo esporle un problema riguardante mia figlia quindicenne. Io un anno fa ho avuto un malore gravissimo e mi hanno portato in ospedale celandole la verità….. Purtroppo…… Quando lo venne a sapere rimase scioccata e piangeva. Fortunatamente tutto si risolse per il meglio ma adesso le succede che se io non rispondo al telefono anche solo per un’ora lei inizia a piangere a disperarsi e mi da già per morta. Quindi le succede ogni qual volta si ripresentino le stesse condizioni della prima volta. Cosa devo pensare che lei possa essere arrabbiata con me oppure e semplice paura della mancanza della mamma? Avevo pensato anche di portarla da una psicologa per paura che possano presentarsi degli attacchi di panico o di ansia. Lei cosa ne pensa? Grazie fin da ora.

    • dssamassaro scrive:

      Cara Francesca,

      è possibile che lo shock per avere scoperto che Lei è stata molto male in precedenza senza dirle nulla possa aver provocato in Sua figlia il tipo di ansia che mi descrive, che compare ogni volta che siete in presenza delle stesse condizioni che hanno caratterizzato il primo episodio.
      Da quanto riferisce non posso escludere che il quadro sia ascrivibile ad uno stress di tipo post-traumatico, ma da qui non posso porre una diagnosi perché non ho tutto gli elementi necessari per farlo.

      In ogni caso Sua figlia ha con tutta probabilità bisogno di aiuto, indipendentemente dal fatto che l’ansia sia effetto del trauma o della concretizzazione di desideri aggressivi che aveva elaborato (consciamente o inconsciamente) nei Suoi confronti, quindi ritengo che il suo proposito di contattare uno psicologo sia molto positiva.
      Le suggerisco in particolare di rivolgersi ad uno psicologo psicoterapeuta di orientamento psicodinamico/psicoanalitico.

      Mi aggiorni quando vuole, tanti cari auguri a sua figlia
      d.ssa Flavia Massaro

  33. Maria scrive:

    Salve Dr. ssa. Sono una donna di 40 anni, figlia unica di genitori molto apprensivi ed ansiosi. Ciò mi ha molto disturbata in gioventù e ho cercato ovviamente di comportarmi diversamente, ma ora che ho un figlio (di 4 anni) anche io, temo di avere sviluppato lo stesso tipo di ansie ingestibili. Adoro mio figlio e mio marito, ma quando non sono impegnata a pensare di avere qualche patologia seria io, mi preoccupo costantemente che capiti qualcosa a loro. In special modo, a seguito di un evento credo scatenante (diagnosi di possibile patologia grave a mio marito, poi per fortuna smentita), penso quasi costantemente alla possibilità che uno di loro sviluppi un tumore. E ci penso così intensamente che questo pensiero mi si annida nel cervello ogni momento della giornata ed offusca ogni istante di felicità della mia pur serena vita con una famiglia bellissima e da me molto amata. Che devo fare? Grazie dell’ascolto

    • dssamassaro scrive:

      Cara Maria,

      lei mi parla di una forma d’ansia invalidante, costantemente presente e che non le permette di avere un attimo di respiro, mentre passa dalle preoccupazioni per sè stessa a quelle per uno o l’altro dei suoi familiari, che richiede un trattamento adeguato.

      Essere cresciuta da genitori ansiosi e ansiogeni l’ha indubbiamente condizionata e la sua esperienza di figlia le ha insegnato che questo è il modo in cui un genitore si comporta: per questo quando è diventata a sua volta mamma ha sentito riattivarsi in lei quei pensieri e quelle dinamiche che ha interiorizzato e dalle quali in precedenza ha cercato di prendere le distanze.

      Per modificare i modelli genitoriali interiorizzati e inconsci che stanno dando questi frutti è necessaria una psicoterapia, meglio se di orientamento psicodinamico/psicoanalitico.
      Non è infatti sufficiente che lei cerchi di “ragionare” sul fatto che le sue paure sono immotivate e di pensare che andando avanti in questo modo condizionerà anche il futuro del suo bambino, come i suoi genitori hanno fatto con lei, ma occorre un aiuto esterno qualificato per consentirle di modificare apprendimenti che hanno radici negli anni della sua infanzia e che ora non le consentono di vivere tranquillamente.

      Le faccio tanti auguri,
      d.ssa Flavia Massaro

  34. Marco scrive:

    Gentile Dottoressa; ho 40 anni, sono sposato e padre di un bambino di 5 anni. Ho avuto una bruttissima infanzia ( e in generale una brutta vita ) a causa dell’apprensione patologica dei miei genitori; in particolar modo di mia madre, una donna molto cupa, ipocondriaca, ansiogena e depressa. Finché ha potuto mi ha nutrito a cucchiaiate d’ansia e di terrore, ha cercato di trasmettermi tutte le sue paure legate alle malattie, agli incidenti e a quant’altro poteva succedermi una volta varcata la soglia di casa. Ha fatto di tutto per farmi uscire il meno possibile, castrando le mie amicizie e i miei svaghi con la complicità di mio padre, completamente succube e in balìa delle nevrosi della moglie. Per colpa loro non ho fatto attività sportive ( “sudare è pericoloso” ), non ho avuto amici ( “meglio soli che male accompagnati “), ho viaggiato pochissimo e non ho potuto realizzare i miei sogni perché urtavano i loro principi malati ma “sacri e indiscutibili”. I litigi, spesso molto violenti, erano all’ordine del giorno; ovviamente il pazzo e l’ingrato ero io perché osavo ribellarmi. Mia madre è arrivata a dirmi che non dovevo avere una vita mia ma che avrei dovuto passare il resto dei miei giorni con loro, per stargli vicino nel momento del bisogno. Sposandomi ho cambiato regione soprattutto per sfuggire alle loro grinfie; hanno cercato di ripetere il “trattamento” anche con il nipotino, seppur con minore intensità. Il risultato è che sono arrivato a detestarli e a desiderare la loro morte per liberarmi della loro morsa angosciosa che riescono a trasmetterci anche per telefono. Sono carico di odio e di rabbia, divento una furia ad ogni minimo segnale di apprensione da parte di chiunque; non è assolutamente possibile nessun dialogo riparatore con i miei, che oramai tratto in maniera “cordiale” evitando argomenti che possono innescare liti e scene melodrammatiche…in pratica devo fingere e tenergli nascosto tutto. Sto educando mio figlio all’esatto contrario di ciò che ho ricevuto, evitando ovviamente il troppo permissivismo. Tuttavia la mia vita è spesso triste e pesante, perché non riesco a liberarmi della rabbia e del veleno che mi hanno fatto ingoiare….non posso e non voglio perdonarli. Grazie fin d’ora, la saluto molto cordialmente.

    • dssamassaro scrive:

      Caro Marco,

      se è arrivato a desiderare la morte dei suoi genitori significa che non vede altra via d’uscita e che non pensa di poterli far ragionare nè perdonare: in questa logica sarà perciò solo la morte a consentirle di superare tutto, ovviamente.

      E’ possibile che il senso d’impotenza che lei prova verso questa situazione nel complesso sia lo stesso che proprio loro le hanno inculcato nei confronti del mondo esterno, popolato di pericoli e di malintenzionati contro i quali le hanno insegnato che non è possibile fare nulla nè difendersi, se non con la rinuncia a tutto (e cioè chiudendosi in casa).
      Ci pensi bene: non sta reagendo a loro proprio come loro stessi le hanno insegnato a reagire al mondo?
      Sta accumulando intense emozioni negative e la sua serenità viene ovviamente meno, in questo clima, perchè non ha gli strumenti per affrontare in altro modo quello che la turba ancora profondamente.

      Le consiglio senza alcun dubbio di farsi aiutare da uno psicologo a riordinare le idee e ad imparare a rapportarsi in altra maniera ai suoi genitori e a quello che le hanno fatto subire.
      Se alla fine riuscirà a perdonarli, più che fare un favore a loro, renderà libero sè stesso di vivere senza tutta la rabbia che la sta avvelenando e che rischia di farla ammalare.

      Se vuole mi faccia sapere.
      Le faccio tanti auguri,
      d.ssa Flavia Massaro

  35. Federico scrive:

    Salve dottoressa, mi interessa molto questo argomento, sono un ragazzo di 32 anni figlio unico, single e vivo con i miei, ho avuto genitori (purtroppo è rimasta solo mia madre) molto apprensiva e soffocante.
    Fin da bambino lei mi proibiva qualsiasi uscita con amici che prevedeva qualsivoglia pericolo (giro scooter, partite di calcetto gite ecc..), è sempre stata molto apprensiva secondo me in termini patologici, e con il passare degli anni non è cambiata, per certi versi anche mio padre era diventato come lei sebbene da giovane non lo fosse affatto.
    (Tra l’altro lei è nata ultima di 5 fratelli, unica femmina e più piccola di 15 anni ed è sempre stata in una sorta di chioccia anche lei) Lo era anche con mio padre addirittura anche quando aveva ad esempio 50 anni ma tardava a rientrare magari dal giardinaggio, lo chiamava al cel.
    Mio padre stava al lavoro mentre lei lavorava solo stagionale, per questo quella che influiva di più sul proibire le cose era lei. Io faccio presente che non cercavo di spiegarmi, ma ubbidivo cercando di giustificare dentro di me quel divieto e poi cercando di non pensarci più quindi probabilmente è anche colpa mia, ma ogni volta che provavo a spiegarmi cambiavano argomento senza darmi importanza.
    Dopo la morte di mio padre nel 2013 all’età di 58 anni dopo lunga e dolorosa malattia con mia madre sempre ad accudirlo per oltre un anno, nella fase terminale, (nel frattempo mia madre ha lasciato il lavoro che aveva tutto l’anno per stare con papà) mia madre ha iniziato ad essere violenta nei confronti di mio padre,n on che lo picchiasse, ma dicendoli di alzarsi quando non ce la faceva, strattonandolo anche se ciò li provocava dolore ecc..
    Era come se non si rendesse conto di ciò che faceva e della malattia, o forse era proprio il fatto di rendersene conto che la spingeva a ciò non lo so..
    Poi alla morte, le prime settimane era come se non se ne fosse accorta, successivamente pianto ogni giorno e odio contro Dio e in generale contro le persone anziane. Li psichiatri dai quali siamo in cura li hanno diagnosticato grave depressione maggiore con disturbo di personalità dipendente, mia madre dal 2013 fatica a lavarsi a cambiare indumenti, non esce di casa se non con me, ripete che vuole morire, ha paura a stare da sola, del buio, dorme con la luce accesa ecc..
    Li hanno dato un invalidità del 80% con handicap grave senza revisione, vedendo la foto del 2010 e guardarla ora sembra non tanto invecchiata, ma con il viso deformato dalla depressione, sembra un altra persona.
    Ora io mi sto prendendo cura di lei da 3 anni avendo annullato qualsiasi contatto sociale, tra l’altro li sono molto attaccato essendomi rimasta solo lei, adesso sta un pò meglio in quanto mangia, segue la tv, legge, ma si trascura sempre nei bisogni primari e nella salute. Dice che vuole morire, io li ho spiegato che non so se riuscirei a sopportare anche la sua perdita, probabilmente no..lei mi dice che non dovrò piangere quando morirà, ma so già che sarà un dolore forse insopportabile.
    Non riesce a scrollarsi di dosso la paura, ogni volta che la spingo magari a uscire ecc…rifiuta sempre, e non la convinco con la forza anche perchè rischierei di farle male e non voglio assolutamente.
    So che con questo comportamento lei sta facendo del male a me, ma io non riesco a fargliene una colpa, magari nei momenti di ira ma poi passa..d’altronde lei c’e sempre stata in ogni momento ed è la persona che amo di più-
    Cosa mi consiglia di fare? So che la situazione è molto complessa ed ho cercato di sintetizzare. Grazie

    • dssamassaro scrive:

      Caro Federico,

      immagino che la situazione per lei sia molto pesante, anche se accudisce volentieri sua madre: nella prima parte della sua vita ha dovuto rinunciare a molte esperienze perchè la mamma aveva paura di tutto e gliele proibiva, e ora deve rinunciarci perchè la mamma sta male e ha bisogno di avere accanto proprio lei.

      Mi colpisce il fatto che sua madre sia in cura psichiatrica e stia comunque male: che farmaci sta assumendo? La terapia farmacologica può non fare miracoli, ma dovrebbe almeno portarla a recuperare il desiderio di curarsi di sè stessa e di non morire.
      Potrebbe trattarsi di una terapia inadatta, perciò le consiglierei di sentire un altro psichiatra perchè con gli psicofarmaci è auspicabile un risultato migliore di quello che state ottenendo. Se mi volesse dire da dove scrive potrei darle dei nominativi, se ne conoscessi nella vostra zona.

      Probabilmente si tratta di un caso di una certa gravità, in cui a preesistenti tratti ansiosi e dipendenti (che hanno reso aggressiva sua mamma verso suo papà quando si è resa conto che stava per lasciarla) si è aggiunta una seria depressione, ma questo non significa che non si possa fare dell’altro per lei.
      Ad esempio, non le hanno suggerito di effettuare anche una psicoterapia?

      • Federico scrive:

        Salve, grazie della risposta. Si a mia madre fu consigliata anche delle sedute dalla psicologa, ma ne fece soltanto una, dove alle domande rivoltele non voleva rispondere, vista quindi la non apertura nei suoi confronti, la dottoressa disse che non era ancora pronta.
        Lo psichiatra li voleva fare anche della terapia del controllo del respiro, di rilassamento, ma anche li mia madre non volle in quanto secondo lei queste cose non servono.
        Premetto che mia madre sa di essere ammalata, però pensa di essere un caso senza soluzione ( a parte il ritorno di mio padre ovviamente), e le medicine anche se le assume, non le prende con regolarità.
        Dovrebbe prendere Olanzapina 10 mg al giorno, per dormire Tavor, poi li hanno prescritto una cpr di Depakin Chrono per l’umore, e Mutebon mite come antidepressivo.
        All’inizio nel 2013 prese Deniban per la depressione e Trittico per dormire, ma con scarsi risultati.
        L’olanzapina oltre a farla mangiare molto e mettere peso, non è che l’aiutasse molto. Con il tempo poi le ha tolte completamente. Il problema è che legge i bugiardini, e poi ha paura di assumere i farmaci. Ha paura di tutto, di stare sola in casa, di dormire al buio, che succeda qualcosa a me, però vuole morire, in pratica dell’unica cosa di cui bisognerebbe aver paura non ne ha..
        Fu anche ricoverata per una settimana nel 2013, pochi mesi dopo la morte di mio padre, ma anche in ospedale non voleva lavarsi, nè cambiare i vestiti, non prendeva i farmaci, e dopo una settimana usci da sola la mattina presto e tornò a casa. Certo in quel caso l’assistenza non era delle migliori, visto che i farmaci glieli lasciavano sul comodino,, e nemmeno le analisi del sangue li avevano fatto se non le chiedeva lei.
        Certamente è migliorata rispetto a 2 anni fa, non piange più, legge le riviste, segue la tv, è più calma in generale, ma l’ansia verso di me che ha sempre avuto temo che non la perderà mai..
        Il problema è che io non riesco a programmare la mia vita, non ho una privacy, vorrei trovare una ragazza ma non riesco..insomma sinceramente mi sento un carcerato senza che abbia ammazzato nessuno.
        Ho trovato il suo sito, eventualmente per i nominativi posso contattarla telefonicamente al numero indicato? Grazie

        • dssamassaro scrive:

          Buonasera,

          anche se con ritardo ho visto la sua risposta di questa estate. Nel caso in cui fosse ancora attuale la ricerca di uno psicologo può contattarci direttamente attraverso il sito.
          In ogni caso ciò che conta è che sua madre sia parzialmente migliorata, perchè significa che ci sono possibilità che migliori ulteriormente, e che prima o poi accetti di farsi aiutare invece di “cannibalizzare” lei e la sua vita. Potrà avere sempre bisogno del suo aiuto, ma questa necessità non può più manifestarsi in maniera così totalizzante da impedire a lei di avere una sua autonomia.
          Se vuole mi aggiorni o mi contatti, in ogni caso le faccio tanti auguri.
          D.ssa Flavia Massaro

  36. Labex scrive:

    Non sono molto d’accordo con quanto scritto.
    Mio padre un anno fa si è suicidato ed io Da allora vivo nel terrore che possa morire qualcuno a me caro ma per paura di soffrire ancora non certo perché provo rabbia.

    • dssamassaro scrive:

      Caro Labex,

      mi spiace molto per quello che è successo e per il dolore che le provoca e purtroppo le provocherà anche in futuro il gesto di suo padre.
      Se l’ha fatto era sicuramente o molto malato (depressione) o disperato e non vedeva purtroppo altra soluzione.
      Riguardo all’articolo e quindi alla teoria di Freud, si tratta di osservazioni che rientrano in un’analisi del profondo e quindi non riguardano i sentimenti coscienti e le comprensibili conseguenze di un evento traumatico come quello che è accaduto nella sua famiglia.
      Per intenderci, si tratta di pulsioni che emergerebbero solo se effettuasse una psicoanalisi (o una psicoterapia psicoanalitica), che portano alla luce il senso di colpa che vive chi assiste alla malattia o alla morte delle persone vicine, verso le quali tutti proviamo sentimenti ambivalenti (amore e odio allo stesso tempo).
      L’inconscio si sente onnipotente e non distingue fra la reale volontà che a una persona accada qualcosa di male e il desiderio passeggero di vendetta che può sorgere in un momento di rabbia, perciò quando l’evento negativo accade se ne sente responsabile.

      Vista la gravità del fatto e della sofferenza che prova (come è normale che sia) le suggerisco di parlarne con qualcuno e di non aspettare semplicemente che tutto passi, perchè non è facile riprendersi da soli da una situazione simile e rischia potenzialmente conseguenze sulla sua stessa salute mentale.

      Tanti cari auguri,
      d.ssa Flavia Massaro

  37. Roberta scrive:

    Gentilissima Dottoressa,
    ho letto attentamente il suo articolo e riflettuto molto prima di permettermi di scriverle ma, temo sia tempo per me di prendere il toro per le corna.

    Ho 29 anni e alle spalle un vissuto familiare e personale piuttosto delicato. Sono affetta fin da piccola da una rara patologia neurologica autoimmune (simile alla sclerosi multipla per intenderci) che, gioco forza, ha fortemente influenzato il mio mondo interiore oltre che, ovviamente, quello lavorativo e relazionale.
    La patologia è attualmente sotto controllo; conduco una vita pressochè normale e con quasi totale autonomia ma non nego che, affrontare determinate cose, soprattutto da piccolissima, mi abbia procurato molto dolore.
    I miei genitori, seppur non volontariamente, hanno fatto finta per molto tempo di non vedere i mie sintomi fisici… ma questa dinamica l’ho ormai sviscerata e seppur continui a provare una discreta dose di rabbia nei loro confronti (se non avessero fatto gli struzzi a quest’ora la mia situazione situazione di salute sarebbe sicuramente diversa), credo, ormai, di aver fatto pace con quella parte di me e di averli perdonati… non del tutto, lo ammetto, ma sicuramente sono meno forastica ed in ogni caso su questo versante ho lavorato molto (anni e anni di psicoterapia che penso mi abbia salvato la vita in molti momenti di estrema sofferenza inespressa e implodente)…
    Vengo ora al punto: vivo nel costante terror panico di perderli. Sono a loro molto legata e purtroppo temo di essere affetta da un complesso di elettra tutt’ora irrisolto dato che sento sempre molto forte l’istinto di essere approvata e stimata (soprattutto) da mio padre, uomo e professionista con attributi grossi come alberi di cocco, gran perfezionista e dedito al sacrificio stoico e indefesso.

    Ora, considerati i sentimenti conflittuali verso i miei non faccio fatica ad ipotizzare di rientrare nella casistica da lei descritta. Ho però qualche dubbio riguardo al mio fidanzato… Si, sono preda di terribili incubi e angosce di morte-abbandono da parte sua. Posso ipotizzare che ciò sia legato alla circostanza che, per la prima volta nella mia vita, io mi senta realmente amata, desiderata, voluta…Lui è arrivato in un momento totalmente inaspettato, in cui l’amore non era nemmeno nelle mie più rosee speranze : ho sempre creduto che esistesse ma che io non vi fossi destinata.. Ho avuto una lunga serie di relazioni malsane e assolutamente autodistruttive; mi sono spesso attaccata a persone che non amavo ma che non riuscivo a lasciar andare perchè convinta che mi sarei solo potuta accontentare della mediocrità senza poter aspirare ad altro, perchè, fondamentalmente, l’altro in questione non era per me… Poi..improvvisamente.. ho incontrato questo meraviglioso paio di occhi turchesi che come un uragano hanno letteralmente spazzato via ogni timore, ogni sofferenza, ogni insoddisfazione per lasciare posto a sentimenti per me totalmente nuovi: la semplicità, la passione, l’appoggio e l’incoraggiamento, l’accettazione, la stima, il rispetto, la progettualità.. l’amore, si, l’amore.

    Sono felice come mai prima… stiamo pensando di convivere, appena sarà possibile, e sposarci altrettanto appena possibile.
    Ebbene… tutto questo amore, questa iniezione di gioia pura e incontrollabile mi terrorizza. Ho visto troppe cose orribile nella mia giovane vita… Ho conosciuto sempre e solo la tristezza, il senso di inadeguatezza e la dipendenza emotiva che ora, non mi sembra possibile che tutta questa luce sia davvero per me… e temo di perderla in qualsiasi modo o circostanza umanamente ipotizzabile, forse perchè mi sono talmente tanto abituata al dolore che la mia mente si aspetta che da un momento all’altro qualcuno o qualcosa mi porti via tutta la meraviglia che sto provando.

    Sono profondamente angosciata e anche se cerco di razionalizzare che tutte le mie elucubrazioni mentali (vere e proprie proiezioni di morte del mio fidanzato) sono, appunto, solo elucubrazioni, vivo questa relazione con sofferente ambivalenza: gioia travolgente e castrazione che mi auto impongo, della serie : ”non fantasticare, non abituarti a lui e a questo amore, se lo farai prima o poi capiterà qualcosa di brutto e tu ne soffrirai indicibilmente!”… non posso ne voglio vivere così… Stavo quasi ipotizzando di cambiare terapista (dopo 10 anni a volte penso di aver dato e preso tutto ciò che potevo e che forse ho bisogno di un sostegno più forte) ma non so se sia la scelta giusta.

    La prego mi dia un consiglio…sto impazzando…

    In ogni caso, la saluto e abbraccio caramente.

    Grazie per l’attenzione e … ” l’ascolto ”.

    Roberta

    • dssamassaro scrive:

      Cara Roberta,

      da quanto scrive nella sua vita ha affrontato molte prove e sofferenze di vario tipo, che hanno lasciato sicuramente degli strascichi ancora non risolti.
      Mi riferisco al pensiero che se i suoi genitori non avessero fatto “gli struzzi” lei oggi non sarebbe così tanto malata, che le provoca comprensibilmente rabbia verso di loro, ma anche al fatto che dinamiche familiari non proprio felici l’hanno portata a legarsi fino a tempi recenti a ragazzi/uomini che giudica in maniera molto negativa e che probabilmente rappresentavano tutto quello che lei pensava di meritare.
      Se infatti è stata poco seguita, se non addirittura ignorata, è probabile che soffra di una disistima tale da portarla a ritenere (almeno a livello inconscio) di non poter meritare diverso trattamento.
      Ora che per un caso ha incontrato un ragazzo completamente diverso dai suoi ex è possibile che senta di non meritarlo, perchè non rappresenta quel modello di uomo carente e distruttivo che l’ha attratta finora e oltretutto non le permette di auto-punirsi per il suo disvalore vivendo una relazione travagliata.
      Non è da escludere che lei provi per questo della rabbia verso una persona che le ha mostrato che esistono anche uomini diversi da quelli che ha avuto in passato, mentre lei è ancora impegnata – alla vigilia dei 30 anni – nella ricerca dell’affetto paterno e, non ricevendolo, non può sentire del tutto “giusta” la presenza al suo fianco di un uomo che invece le dia affetto e attenzione, mostrandole che suo padre non ne è capace, che è carente, che è “cattivo” con lei.
      Potrebbe quindi essere presente paradossalmente del risentimento verso il suo fidanzato proprio perchè non le permette di soffrire come prima ed “espiare” come prima le sua colpe (mi riferisco a quelle inconsce, che derivano dal complesso di Elettra che lei cita) e perchè le fa vedere quanto la sua famiglia e in particolare suo padre sia carente dal punto di vista affettivo.

      Non so che tipo di psicoterapia stia effettuando, ma le consiglio senza dubbio di parlare di questi punti – magari riflettendo su quello che le ho risposto – con il terapeuta che la segue, prima di pensare di cambiarlo. Se non vedrà altri passi avanti potrà sempre farlo in seguito.

      Se lo desidera mi aggiorni,
      le faccio tanti auguri per la sua salute
      d.ssa Flavia Massaro

  38. Elena scrive:

    Buona sera dottoressa vorrei spiegarvi cosa mi succede a me….mi chiamo Elena vengo da Napoli e ho 22anni premetto Ke sono una persona molto ansiosa già da piccola visto Ke mia mamma mi ha trasmesso questa cosa da bambina….soffro di attacchi di panico da 7 anni …ma panico forte ,inizio a pensare le cose più brutte Ke esistono ad esempio le all improvviso mia mamma non si sente bene e muore oppure mia nonna non si sente bene e muore….queste cose non vanno mai via dalla mia testa ….3mesi fa e morto mio nonno con una malattia…una persona x me importantissima forse la più importante …x me lui era tutto ed ora senza di lui e difficile vivere e ho ancora più attacchi di panico…non so più kme fare sono stanca ….non posso andare in un centro commerciale Ke. Inizio a non respirare vorrei vivere una vita più tranquilla senza pensieri ….sono ané fidanzata e il mio ragazzo mi dice in continuazione che io.non sto bene con la testa ma.non capisce dentro di me cosa si scatena. …vorrei sconfiggere questo male da sola a volte mi dico none niene passerà …ma niente …aspetto una vostra risposta ….grazie in anticipo

    • dssamassaro scrive:

      Cara Elena,

      se lei soffre di ansia e attacchi di panico da ben 7 anni immagino che abbia già fatto tutto il possibile per “uscirne da sola” in tutti questi anni. Non è così?
      Direi che è venuto il momento di farsi aiutare da un professionista per dare una svolta alla situazione. Da quanto scrive penso che questo non sia mai avvenuto, o che forse sia avvenuto in maniera parziale e inadeguata, perciò non posso che suggerirle di cambiare strategia e rivolgersi a uno psicologo della sua zona per affrontare davvero il problema, indipendentemente da ciò che lo provoca.
      Indubbiamente l’esempio di sua madre, persona ansiosa e probabilmente iperprotettiva con lei, l’ha influenzata non poco, ma questo appartiene al passato e ora è importante che lei pensi al suo futuro. Nulla comunque le vieta di suggerire anche a sua mamma di farsi aiutare, perchè non è mai troppo tardi per uscire dall’ansia.

      Le faccio tanti auguri,
      d.ssa Flavia Massaro

  39. Alice scrive:

    Salve Dott.ssa,
    Mia sorella ha 18 anni e da qualche settimana non fa altro che spostarsi dal divano al letto e piangere. È circondata da una famiglia che la ama e un fidanzato che la riempie di attenzioni, nonostante questo dice di avere il terrore che ci capiti qualcosa di brutto, che lei non sarebbe in grado di affrontare e non saprebbe andare avanti senza di noi, si sente fragile e incapace di reagire, come se “fosse circondata dal buio”. Fatico a farla parlare e ancor di più a convincerla a rivolgersi a uno specialista. Cosa posso fare oltre a starle vicino?

    La ringrazio dell’attenzione.

    • dssamassaro scrive:

      Cara Alice,

      certe paure trascendono le condizioni di vita oggettive di una persona: anche se “fuori” va tutto bene, “dentro” sua sorella vive un profondo stato di apprensione e insicurezza ed è inutile farle presente che le volete bene, che ha un fidanzato che la ama e così via, perchè il punto risiede altrove.

      Non credo che lei possa fare molto altro se non insistere nel convincerla a chiedere aiuto a uno specialista che possa prima di tutto valutare la situazione e porre una diagnosi.
      Non è infatti da escludere che sua sorella possa soffrire ad esempio di un disturbo depressivo o di un disturbo di personalità, ma questo si può stabilire solo con il dialogo e l’osservazione diretta del soggetto.
      Forse l’unica cosa che può fare è aiutarla a riflettere sul momento che sta vivendo (ad es.: è all’ultimo anno delle superiori? la attendono scelte impegnative per il futuro?) per agevolarla nella comprensione del motivo per cui “improvvisamente” ha queste paure.
      Tutto ciò ovviamente se nella vita della ragazza non ci sono precedenti di natura ansiosa e/o depressiva, che getterebbero un’altra luce sul quadro e potrebbero far pensare ad un peggioramento di un disagio preesistente.

      In ogni caso l’intervento di uno psicologo si rende necessario ed è importante che sia lei sia i vostri genitori la aiutiate a comprenderlo.

      Un caro saluto,
      d.ssa Flavia Massaro

  40. Sabina scrive:

    Gentile dottoressa, ho appena letto le varie testimonianze di persone afflitte dal mio stesso problema, le spiego la mia situazione. Premetto che sono sempre stata una persona solare che faceva divertire tutti, e quand’ero ragazzina (ora ho 40 anni) non pensavo mai alla morte anzi! All’età di 17 anni però è venuto a mancare mio padre , morto nel sonno, al mattino l’abbiamo trovato così, era sano come un pesce ma ha avuto un infarto nel sonno. Da quel momento per circa un anno ho dormito con mia madre mettendole una mano sulla schiena per assicurarmi che respirass
    e. . E via via che passavano gli anni , le mie preoccupazioni per le persone che amavo si facevano sempre più grandi.. oggi la situazione è addirittura peggiorata, finalmente ho trovato dopo molte delusioni un uomo che adoro, amo , e che mi ama, ed io vivo con la costante paura che gli succeda qualcosa, creo delle immagini nella mia mente angoscianti. .. lo stesso vale per la mamma o le mie sorelle… se ad esempio mia madre non risponde al telefono penso subito che le sia successo qualcosa… oppure a volte, non c’è nemmeno un motivo scatenante, a volte penso:e se ora tornassi a casa e la trovassi per terra priva di sensi??ecco… un vero inferno… nel contempo mi preoccupo troppo anche per la mia salute… ad ogni minimo fastidio penso al peggio… non ce la faccio davvero più! Vorrei vivere serena e godermi finalmente il mio fidanzato progettare il nostro matrimonio, e godermi mia madre ( che tra l’altro si era ammalata di tumore nel 2009 e grazie a dio l ha sconfitto) godermi la vita insomma. Qualcuno mi ha consigliato di provare le costellazioni familiari, lei cosa ne pensa? C’è un rimedio a questo inferno? Per liberarmi per sempre da queste paure? Dovrei andare da uno psicologo? La prego mi aiuti perché non voglio più vivere così. … grazie di cuore
    Sabina

    • dssamassaro scrive:

      Cara Sabina,

      le costellazioni familiari sono uno strumento nato nell’ambito della psicologia sistemica e possono rappresentare uno strumento utile, ma il gruppo deve essere condotto necessariamente da uno psicologo e non da chi non ha titoli per occuparsi di disagio psichico.
      Se intraprenderà questa strada si accerti perciò che il conduttore sia iscritto all’Albo degli psicologi e che non sia una persona priva di abilitazione.
      Personalmente le consiglierei un percorso individuale, più che un’esperienza di questo tipo, o comunque di entrare nell’ottica che un’esperienza di questo tipo può sciogliere alcuni nodi o renderla consapevole di alcune cose, ma non potrà mai da sola essere la soluzione al suo disagio nel complesso.

      Può avere fiducia nelle sue chance di liberarsi da tutta questa angoscia: l’importante è affidarsi alle persone giuste e impegnarsi seriamente nel percorso di cambiamento, poiché purtroppo si tratta di un problema che lei trascina da oltre 20 anni ed è possibile che sia necessario un tempo non brevissimo per risolverlo.

      Mi faccia sapere!
      Un caro saluto,
      d.ssa Flavia Massaro

      • Sabina scrive:

        Egregia dottoressa la ringrazio molto per aver risposto alla mia domanda, sono d’accordo con lei sulle costellazioni, poiché mi sono documentata su come funzionano queste sedute, e credo che non mi sarebbe di grande aiuto vista l entità del mio problema. Lei mi consiglia quindi un percorso individuale? Ma intende delle sedute dallo psicologo o devo rivolgermi a qualcuno in particolare? Ho letto qui delle terapia Breve, crede possa essere la strada giusta? Infine volevo chiederle, crede quindi che il mio disagio sia stato causato dalla perdita improvvisa di mio padre? Voglio assolutamente uscirne perché così non viVo bene né io né le persone che amo….. grazie di cuore
        Sabina

  41. Andrea scrive:

    Salve dottoressa, il mio caso é molto diverso da quelli che ho letto sopra; Io sono in costante angoscia per i miei gatti, potrà sembrare ridicolo, ma ad esempio, mia madre (con cui vivo) 10 minuti fà stava pulendo i vetri della porta d’ingresso, nel mentre abbiamo sentito urlare in piazza, (abito in un paesino di campagna, e non é cosa frequente) mia madre per andar sul terrazzo a vedere cosa succedeva ha lasciato la porta aperta e i gatti sono usciti, caso vuole che a urlare fossero dei vicini alla quale sono scappati i cani, inutile dire che abbiamo litigato, e mi ha fatto litigare anche con mia nonna che la difende sempre; Già il rapporto con mia madre é sempre peggiore per via di una sua malattia simile alla sclerosi multipla ma non ancora ben identificata, che la porta a fare scemenze come quella di poco fa, se almeno limitassi questa apprensione nei confronti dei gatti (che mi sta portando persino ad odiare i cani, a me che sono un grande animalista) magari le cose andrebbero meglio, sia con mia madre che con me stesso, ma non so come fare, e Freud non ha la risposta, visto che ovviamente i miei gatti non mi provocano mai rabbia invidia o quant’altro.

    • dssamassaro scrive:

      Caro Andrea,

      Freud sosteneva che gli animali di piccola taglia costituissero l’equivalente inconscio dei bambini e che quando compaiono ad es. nei sogni devono essere interpretati come tali.

      In questo senso l’angoscia per quello che può capitare ai suoi gatti rappresenta una preoccupazione per i suoi “bambini” e l’intensità della rabbia verso sua madre, che non se ne cura e non li protegge quanto lei, dipende da questo vissuto ed è paragonabile a quella che proverebbe se da nonna mettesse in pericolo i suoi figli.

      Da quanto dice il pericolo che i gatti scappino è reale, se sua mamma non è attenta a sufficienza, e il consiglio che posso darle è di utilizzare ausili come un cartello sulla porta che ricordi a tutti di chiuderla per non correre il rischio che i gatti escano e si smarriscano.
      Potrebbe poi informarsi sui GPS di dimensioni sempre più ridotte che sono in commercio proprio per rispondere alle esigenze di chi ha piccoli animali e ha la necessità di controllarne gli spostamenti.

      Un caro saluto,
      D.ssa. sta
      Flavia Massaro

  42. Framcesca scrive:

    Gentile dottoressa, ho 18 anni e da un po’ a questa parte mi sono accorta di avere sempre ansia che a mia madre, mia nonna e al mio cane possa accadere qualcosa. A volte a paura di rimanere sola, perché penso che almeno se dovesse succedere qualcosa ai miei cari vorrei morire anch’io con loro perché sarebbe troppo doloroso rimanere sola. Quando mia mamma fa qualcosa che mi irrita a volte rispondo d impulso, ma poi mi sento subito in colpa perché lei non lo fa con cattiveria, ma non riesco a chiedere scusa… non so perché ma mi risulta difficile esprimere apertamente i miei sentimenti.
    E a questo mi pare che l’ articolo mi abbia dato una risposta abbastanza soddisfacente. Però non riesco a capire perché dovrei odiare anche mia nonna… io la amo davvero tanto, ha avuto un in passato difficile e tutto’ora vive con un marito che è tutto tranne che amorevole. Quando viene a casa mia e mette in ordine mentre io faccio altro mi sento una persona cattiva, e a volte l aiuto e a volte no. Mi sento sempre in debito con lei, anche per il fatto che non avesse vissuto la sua difficile vita io non sarei nemmeno nata, e mi sento sempre in colpa verso di lei… io non ne ho mai parlato con nessuno, però quando a volte parliamo di lei e io cerco di difenderla mi sento dire “se l’è scelta comunque lei la sua vita”.
    È possibile che la mia apprensione sia dovuta ad un senso di colpa verso di lei?

    • dssamassaro scrive:

      Cara Francesca,

      non conoscendola non posso dirle con certezza da cosa dipende la sua apprensione, ma spero di aiutarla fornendole qualche spunto di riflessione.
      Per quanto riguarda sua nonna, dice di sentirsi in debito verso di lei e questo può provocare rabbia: esistono persone che non accettano nulla dagli altri proprio per non sentirsi umiliati, per non trovarsi in una condizione di inferiorità o sottomissione e doversi poi sdebitare, quindi è possibile che questo accada anche a lei.
      Accettare qualcosa dagli altri (familiari compresi) significa esserne carenti e sentirsi piccoli e bisognosi può generare rabbia verso chi offre aiuto.

      Da come parla della sua situazione sembra che sia piuttosto dipendente dalla famiglia e questo è comprensibile, vista la sua giovane età, ma se preferirebbe addirittura morire con i suoi cari se dovesse succedere loro qualcosa di brutto, pur di non restare sola, è probabile che stia investendo in maniera eccessiva nei legami familiari e che non si stia creando un futuro e una vita da adulta fuori casa, compito evolutivo fondamentale alla sua età.

      Le suggerisco di parlare con uno psicologo di questi temi e della possibile ambivalenza (odio+amore) che prova verso i suoi familiari, che probabilmente genera tutte le emozioni negative e la confusione che sta provando.

      Se vuole mi aggiorni,
      un caro saluto
      D.ssa Flavia Massaro

      • Framcesca scrive:

        Grazie per il tempo che mi ha dedicato… riflettendo credo di essere arrabbiata con mia madre perché non mi sento realmente compresa… mi spiego meglio, ho una sorella che gioca a pallavolo, lei è più piccola di me, a me piacerebbe giocare ma ho deciso di non dedicarmici per poter studiare, mi piacerebbe entrare a medicina e in più studio pianoforte. Io sono felice delle mie scelte perché l ho fatto per me, ho scelto per me di concentrarmi per potermi dedicare maggiormente agli studi, ma nonostante questo non posso definirmi totalmente felice perché più volte mi capita di sentirmi gelosa di mia sorella, ma non perché lei gioca a pallavolo, piuttosto perché penso che tutte le attenzioni dei miei siano rivolte a lei, e questo probabilmente è dovuto al fatto che non capiscono davvero cosa sia la musica classica, e quanto sia impegnativo e difficile lo studio della musica. Non capisco però perché con mio padre questo non accada, io gli voglio bene quanto a mia madre ma tuttavia con lui mi arrabbio senza sentirmi in colpa e non sento questo senso di protezione che sento verso mia madre (ho pensato anche al fatto che lei è molto simile a me dal punto di vista psicologico, nervosa e che si fa sempre mille problemi)
        Per quanto riguarda mia nonna invece io non sono il tipo di persona che non accetta aiuto, mi sento abbasta obbiettiva, e ho capito il fatto che non sono perfetta, non nego che mi dia fastidio, anche perché credo che a nessuno faccia piacere ammettere i propri difetti, ma ci convivo e cerco di migliorarmi.
        Non voglio rubarle molto tempo quindi concludo in fretta dicendole che mi sento si molto legata alla mia famiglia, talvolta in modo eccessivo, ma questo perché sento che con loro posso essere me stessa senza essere giudicata, cosa che invece mi accade con i miei coetanei, ma questi potrebbero benissimo essere problemi adolescenziali.
        La ringrazio e mi scuso per il tempo che le rubo.
        Le auguro buon anno, Francesca

  43. Antonia scrive:

    Buonasera,
    sono mesi che mi trovo a combattere con uno stato di ansia che mi assale a periodi alterni.Non ho mai avuto il coraggio di chiedere il giusto aiuto e di aprirmi per paura. 1 anno e mezzo fa ho scoperto che la mia mamma era malata e che doveva subire un delicatissimo intervento a cuore aperto.Da quando lo abbiamo scoperto, ad oggi, è stata sotto stretto controllo del cardiologo e del chirurgo e ancora non credono sia il momento giusto per operarla. Il fatto è che da quel giorno la mia vita si è fermata, ho iniziato ad avere attacchi di panico, tremori, paura, disperazione e rassegnazione…sono sempre stata molto legata alla mia mamma e l’idea che lei possa morire durante, o dopo, un intervento del genere mi paralizza. Penso e ripenso a come affronterò quel giorno, a come saranno quelle interminabili ore, come affronterà la terapia intensiva, a come passerò i giorni con le speranze appese ad un filo, con la possibilità che il medico mi dica che lei non ce l’ha fatta. la mia mamma è molto giovane, se fosse stata anziana avrei comunque sofferto tanto ma sicuramente avrei preso la cosa dandogli il giusto peso…. adesso che sto per finire i miei studi universitari e dovrei essere al massimo delle mie forze…mi sento persa.
    La cosa peggiore è che sto conducendo i miei studi in ambito sanitario e mi sono ritrovata, per mia sfortuna, a fare tirocinio proprio nel reparto dove sarà operata la mia mamma. Ho visto morire tante persone ogni giorno, ho visto persone incapaci di alzare un dito, con fili e tubi ovunque…persone che respirano attraverso macchine e figli piangere per genitori che non ce l’hanno fatta.
    Io non mi vergogno ad ammettere la mia ansia, di dire che passo molto del mio tempo a leggere e rileggere forum o svariati siti internet in cerca di informazioni..non mi vergogno ad ammettere che piango, che ho improvvisi attacchi di panico che mi tolgono il fiato, che non riesco a studiare e che non so se sarò più capace di fare la professione che ho amato sin da quando ero piccina e che adesso mi ricorda solo lo strazio che dovrà affrontare la mia mamma. Sono sempre stata una ragazza molto sensibile ed altruista, amo prendermi cura delle persone, soprattutto di quelle che amo, ma mi rendo conto che non sono più capace di farlo perchè non vivo bene le mie giornate con questi continui attacchi di ansia e panico. Una volta sono addirittura andata in un centro psichiatrico gratuito, vicino alla mia università, ma sono scappata via per paura che mi prescrivessero medicine . Vorrei poter vivere la mia vita in un modo diverso…serena e tranquilla come lo ero prima…vorrei uscire da questo labirinto e riuscire ad affrontare le mie paure….

    • dssamassaro scrive:

      Cara Antonia,

      penso che in questo momento sia davvero necessario che lei si faccia aiutare da uno psicologo ad affrontare quello che sta accadendo a sua madre e di conseguenza anche a lei.
      Non occorre che in prima battuta si rivolga ad un centro psichiatrico perché non è detto che le occorrano dei farmaci, ma di sicuro le occorre l’assistenza di un professionista (psicologo) che possa aiutarla a elaborare ciò che prova e a non buttare via i progetti che ha fatto per il futuro.

      È un’infelice coincidenza che lei abbia svolto un tirocinio proprio presso il reparto dove sarà operata sua mamma, ma in quel contesto ha sicuramente assistito anche a casi che sono giunti a guarigione, e non solo a casi conclusi con il decesso del paziente.
      Non è così?

      È comprensibile che cerchi informazioni e rassicurazioni su internet, ma questo non le consentirà di liberarsi dalla grande paura della morte e dell’abbandono che sta provando.
      Si lasci aiutare dal punto di vista psicologico: ne trarrà beneficio non solo lei, ma anche sua mamma, che sicuramente sa che lei sta male per i suoi problemi di salute ed è altrettanto sicuramente meno serena di quanto potrebbe essere se non dovesse preoccuparsi anche per lei.
      Ci pensi!

      Le faccio tanti auguri,
      D.ssa Flavia Massaro

  44. alex scrive:

    salve, io ho proprio questo problema. vivo tutti i gg con la puara che possa succedere qualcosa ai miei cari. ho paura quando salgo in macchina come passeggero, ho paura quando mio fratello torna a casa con il figlio e la strada e’ ghiacciata, ho paura che i suoi affari gli vanno male, ho paura per mio nipote che gli succedere qualcosa, ho paura x mia nonna che ha l influenza ecc….sono ossessionata da queste paure e non che fanno stare molto tranquilla. ma se ci penso non porto rancori ne rabbia per nessuno di loro. puo’ centrare qualcosa con la morte di mio papa (e’ pero morto 8anni fa),che forse non l ho ancora accettata? oppure puo centrare in mio rapporto con il mio compagno che non va tanto bene? a chi mi posso rivolgere per farmi aiutare? grazie.

    • dssamassaro scrive:

      Cara Alex,

      i sentimenti aggressivi menzionati nell’articolo sono inconsci, pertanto non è possibile riconoscerli facilmente senza un’analisi appropriata e la disposizione ad accettare di provare tali sentimenti.

      Quando paure anche legittime diventano un’ossessione c’è sempre qualcosa che provoca questo eccesso ed è bene individuarlo per cambiare ciò che si prova.
      Non so se la morte di suo padre possa avere a che fare con queste preoccupazioni, ma quando è realmente venuta a mancare una persona cara è comprensibile che si provi il timore di perdere anche altri. Il punto è sempre che se tale timore è eccessivo e immotivato c’è dell’altro che porta a questa paura.

      Le suggerisco di parlarne con uno psicologo psicoterapeuta di orientamento psicoanalitico, che possa aiutarla a dare un senso a ciò che prova e a superarlo.

      Se vuole mi aggiorni sulla situazione, le faccio tanti auguri
      D.ssa Flavia Massaro

  45. Marco scrive:

    Se sono sempre in ansia perché penso che possa succedere qualcosa di brutto a me stesso, significa che mi odio?

    • dssamassaro scrive:

      Questo è un caso particolare, che non è descritto nell’articolo perché merita una trattazione a parte.

      Diciamo che la paura per la propria incolumità può in linea di massima derivare da 4 fattori:
      - carenza di autostima, di fiducia in sé e di sicurezza personale
      - interiorizzazione dell’ansia di un genitore, dal quale è arrivato molte volte un messaggio di svalutazione della capacità del figlio di affrontare il mondo senza subire qualcosa di brutto, senza incappare “nei pericoli”, sopravvivendo in assenza della protezione dei genitori
      - tendenza ossessiva a controllare tutto, che crea angoscia al pensiero che sorga qualche malattia o che succeda qualcosa a causa di altre persone, che non si controllano dall’esterno (essere investiti)
      - autosabotaggio, che porta a concentrarsi su possibili esiti negativi quando non catastrofici nel momento in cui si progetta i, futuro, ma si cerca anche solo di vivere serenamente il presente.

      Il suo caso rientra fra questi?

  46. ambra scrive:

    Salve dottoressa, ho letto il suo articolo e non sono totalmente d’accordo, almeno per quanto riguarda il mio caso. Le spiego: vivo ormai da quattro anni fuori casa, in un collegio universitario. Mi capita durante le feste di ritornare a casa. Quando poi ritorno qui al collegio ho difficoltà a dormire, ogni tanto mi vengono pensieri di morte su mia mamma, ho paura che le possa capitare qualcosa. non succede sempre, non è una cosa di ogni giorno, ma ci sono periodi in cui è più frequente. Premetto che sono molto legata a lei e penso che se le succedesse qualcosa io non potrei più vivere. A volte mi chiedo se questo legame così forte sia normale tra genitore e figlio oppure il mio ha qualcosa che non va.

    • dssamassaro scrive:

      Cara Ambra,

      non sapendo nulla di lei non mi è possibile darle una spiegazione precisa della sua situazione.

      Quel che è certo è che lei è un’adulta, se frequenta l’università, e che da ciò che dice si può immaginare che il rapporto con sua madre sia ancora infantile e quindi malsano, e i rapporti malsani provocano emozioni negative perchè mancano serenità e libertà.

      Il fatto che lei dica addirittura:

      “se le succedesse qualcosa io non potrei più vivere”

      significa che si sente ancora dipendente dalla mamma (e le dipendenze da altri provocano sempre rabbia e paura, negli adulti) e che è presumibilmente presente un’ambivalenza odio/amore che deve essere risolta perchè lei si possa percepire come individuo autonomo e possa svilupparsi psicologicamente, raggiungendo la giusta distanza dalla mamma.

      Le suggerisco sicuramente di parlare con uno psicologo di questo rapporto che deve essere modificato perchè lei diventi una donna serena e sicura.

      Un caro saluto,
      d.ssa Flavia Massaro

  47. val scrive:

    Salve dottoressa,
    sono una ragazza di 21 anni che, premetto, soffre da tempo di ansia ed attacchi di panico, scaturiti dalla mia paura di morire. Ho vissuto alcuni lutti in famiglia (nonni e zii ormai anziani) quando ero all’inizio della mia adolescenza che mi hanno in un certo senso “segnata”.
    Con gli anni le mie ansie sono aumentate a dismisura, sfociando per l’appunto in attacchi di panico. Ho paura, terrore della morte. Molto spesso rifletto sul senso della vita e su cosa ci possa essere dopo, ma non potendo darmi alcuna risposta, vengo travolta da un vortice di pensieri negativi che sfocia in attacchi di panico bruttissimi (crisi di pianto, urla, insomma, pazzia pura). E’ come fare un incubo. La sola differenza è che quando ci si sveglia da un incubo si realizza che è tutto finito e ci si sente sollevati. Dopo una mia crisi io so che c’è un problema di fondo, quindi mi rimane un enorme senso di angoscia addosso.
    Questa premessa ci porta alla mia paura smisurata di perdere mia madre. Ovviamente ho paura di perdere mio padre, mio fratello e i miei nonni, ma nessuna sensazione è forte come quella legata al pensiero di perdere mia madre.
    Molto spesso faccio dei sogni in cui qualcuno mi dice che è morta, quindi per tutta la giornata sto con l’ansia. Non vivo con la mia famiglia, se non qualche giorno durante alcuni fine settimana, perché studio fuori. Quando sono a casa per me è un vero incubo: appena sento un’ambulanza mi assale l’ansia; quando non mi risponde al telefono in orari in cui so che non lavora, mi sento quasi svenire.
    Ho sempre pensato che dipendesse da un “trauma” che ho vissuto alcuni anni fa quando per due anni consecutivi, nello stesso identico giorno, ha avuto un incidente. Non sono stati incidenti gravi che hanno messo a repentaglio la sua vita, ma sono stata traumatizzata dal modo in cui ne sono venuta a conoscenza: ho sentito mia nonna urlare da casa sua (abitiamo in due case vicine), quindi sono corsa su da lei e l’ho trovata al telefono che piangeva. Ancora oggi ogni volta che sento delle urla provenire da fuori (è un quartiere molto trafficato) ho il terrore che sia di nuovo mia nonna che urla perché è successo qualcosa a mia mamma. Ovviamente la paura mi assale anche ogni volta che squilla il telefono e mia mamma non è in casa. Insomma, un continuo incubo.
    Quando invece non sono a casa mia, la situazione è più tranquilla, perché sono lontana da tutto quel caos. Anche se a volte quando non mi risponde mi assale l’ansia che non mi molla fino a quando non sento la sua voce. E’ ormai una situazione insostenibile. Sono preoccupata perché non so come potrei reagire se un giorno succedesse davvero.
    Come si può evincere, abbiamo sempre avuto un rapporto piuttosto morboso, io ho sempre dipeso totalmente da lei. Solamente andando via di casa per studiare, ho tagliato questo cordone ombelicale, anche se non proprio del tutto.
    Questo articolo mi è stato utile ad aprire gli occhi e riflettere sul nostro rapporto. Quest’ultimo è sempre stato altalenante, ma mai nulla di grave, solite liti mamma-figlia. Ci sono però delle questioni successe in questo ultimo periodo che mi hanno portato a nutrire molta rabbia nei suoi confronti. Io ho scoperto della presenza di un amante e lei non sa che io so tutto. Provo molta rabbia per il modo in cui si sta comportando, totalmente senza alcun rispetto nei confronti della mia famiglia. Tuttavia sono combattuta, perché è pur sempre mia madre e da una parte capisco che le cose in una relazione possano non funzionare. Sono combattuta tra il vedere mia madre come MADRE e come DONNA. Il mio problema è che non posso proprio parlarle di questa cosa, anche se vorrei farlo, ma solamente per ferirla.
    Un altro fatto che mi genera molta rabbia è dovuto alla sua indifferenza al mio coming out. Le ho parlato con il cuore in mano, e lei l’ha presa bene, ma dopo quel momento, ormai due mesi fa, non ne abbiamo più parlato. E’ come se non le avessi mai detto nulla. Ne soffro perché lei non si rende conto di quanto questa cosa sia importante per me, per la mia persona. Soprattutto sono delusa dal fatto che lei abbia rigirato un momento così importante per me, su di lei. In quel momento mi ha accettato perché secondo lei le cose gravi sono altre, come quello che appunto sta facendo lei. Ormai è presa totalmente da se stessa e dai sensi di colpa che io so che ha, per via di questa storia clandestina. Potrei provare a parlarle, ma per me è una cosa davvero difficile da fare.
    Infine ho realizzato che in buona parte questa mia paura di perdere mia madre, ma in generale qualsiasi persona a me cara, sia dovuta a un pensiero puramente egoistico. Ho paura che se dovesse succedere qualcosa a qualcuno di loro, io non reggerei assolutamente il colpo e potrei anche morire. Questa cosa ovviamente mi fa stare male perché non mi fa sentire una buona persona.
    Ho omesso di dire che sono seguita da una psicologa da ormai tre anni.
    Mi scuso per essermi dilungata, e spero di essermi espressa nella maniera più chiara possibile.
    La ringrazio della sua disponibilità,
    cordiali saluti.

    • dssamassaro scrive:

      Cara Val,

      la sua ansia e le emozioni negative non sono sicuramente da sottovalutare: in questi 3 anni di terapia psicologica ha ottenuto dei miglioramenti?
      Di che tipo di orientamento (Cognitivo-Comportamentale, psicodinamico, rogersiano, …) è il percorso?
      Con che frequenza avvengono le sedute?
      Ha assunto anche dei farmaci?

      La sua psicologa che parere ha espresso sulle questioni che mi ha esposto?


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