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Memoria e difficoltà a ricordare, quando preoccuparsi?

26 gennaio, 2017 alle 10:01 AM
Autore: dssamassaro

 


 Uno dei sintomi più diffusi, trasversali ad età molto diverse e anche a patologie molto diverse fra loro, è il calo di memoria che in genere porta le persone a preoccuparsi sia quando questo calo di memoria inficia la performance nello studio o sul lavoro, sia quando – sopra una certa età – si comincia a temere di aver “perso qualche colpo” e di soffrire magari di una forma lieve o iniziale di deterioramento cognitivo o demenza.
Le richieste su questo argomento provengono più spesso da studenti universitari che leggono e non riescono a ricordare quello che devono studiare, da persone nel pieno del loro periodo lavorativo che iniziano a fare degli errori dovuti al fatto che non ricordano più tutto come prima, da persone dai 55-60 anni in su che temono di avere già subito un deterioramento delle capacità cognitive e vogliono capire se questo è oggettivo o è solo un’impressione.

Da cosa dipendono i cali di memoria?

E’ bene specificare che la memoria è influenzata da fattori emotivi, contestuali e neurologici e che quindi un calo nella capacità di memorizzare, ritenere e rievocare l’informazione (i tre step che compongono quello che chiamiamo genericamente “memoria”) può avere cause molto diverse fra loro, da stabilire caso per caso.

Spesso le richieste che riguardano la misurazione delle performance in ambito mnestico sono accompagnate da uno stato d’animo ansioso e/o da pensieri depressivi come “non sono più quello di una volta”.
E’ importante notare che ansia e depressione di per sè implicano la possibilità di cali di memoria che dipendono dallo stato psicologico del soggetto, poichè:

l’ansia produce amnesie momentanee, veri e propri “blocchi” che compaiono soprattutto quando la persona si sente sotto pressione o sotto esame

la depressione porta a generale debolezza, sfiducia in sè stessi, tendenza a ricordare il passato (idealizzato più che il presente, vissuto come frustrante e senza speranze) e difficoltà ad apprendere nuove nozioni, vissute come inutili quando il futuro è visto tutto “nero”.

Molte volte si tratta di un circolo che si autoalimenta, perchè il pensiero di non essere più capaci di ricordarsi le cose ostacola la possibilità di memorizzare a causa di fattori psicologici, e non di fattori neurologici oggettivi (degenerazione cerebrale delle aree coinvolte nell’acquisizione, ritenzione e rievocazione delle informazioni).

Altri fattori che possono provocare cali di memoria sono:

- stress acuto, che comporta un dispendio di energie psichiche sottratte all’attività di memorizzazione e dirette alla gestione di questioni più generali sia sul lavoro che nella vita privata (es: accudimento di un familiare ammalato, la cui situazione desta preoccupazione)

-  utilizzo e abuso di sostanze come alcool e droghe, in particolare di cannabis che gli studi dimostrano inficiare la memoria a breve e lungo termine

- impiego di farmaci ansiolitici e antidepressivi, che possono provocare uno stato di distacco dalla realtà tale da rendere “smemorato” e deconcentrato il soggetto

- sovraccarico cognitivo legato alle molteplici attività svolte, oggettivamente eccessive per quella singola persona

- trauma cranico conseguente a un incidente, che può aver lasciato strascichi nella capacità di memorizzazione, ritenzione e rievocazione delle informazioni

- presenza di sonno eccessivamente scarso sia qualitativamente che quantitativamente, con addormentamento a tarda ora, risvegli notturni e/o precoci al mattino, accompagnati da grande difficoltà o impossibilità a riaddormentarsi.

E’ inoltre necessario considerare che la memoria è una funzione cognitiva impiegata all’interno di un contesto preciso e che i vari contesti possono di per sè provocare difficoltà in questo campo: frequentare una scuola o corso di laurea che in realtà non interessano o lavorare in un ambiente frustrante possono portare a difficoltà a concentrare l’attenzione, prerequisito fondamentale per la possibilità di memorizzare e ricordare le informazioni.

Come capire se bisogna preoccuparsi per la propria memoria?

Prima di tutto è importante riflettere sul tipo di vita che si conduce e chiedersi:

- sono sereno sul lavoro o mentre studio?
– mi sento stressato o sovraccarico? Ho troppe cose per la testa? Ho serie preoccupazioni per qualcuno o qualcosa?
– sto assumendo con una certa frequenza alcol o droghe?
– sono in cura con farmaci psicotropi?
– quello che faccio mi interessa? Sto seguendo le mie aspirazioni o sto facendo tutt’altro?
– ho subito un incidente che ha coinvolto la testa e mi hanno dimesso senza accertare che ci fossero conseguenze sul fronte cognitivo, ma da allora mi sento cambiato?
– soffro di ansia? Mi sento incapace o inadeguato in più ambiti?
– soffro di un disturbo depressivo? Tutto mi sembra inutile e mi aspetto di non ricordare già prima di provarci?

Rispondere a queste domande serve a capire se ci sono condizioni di vita o condizioni patologiche che possono inficiare i processi legati alla memoria (apprendimento-ritenzione-rievocazione).
Se in tal modo si comprende che qualcosa nella propria vita non va e che urga un cambiamento è importante cercare di apportarlo, per verificare se questo reca effetti positivi sulla memoria.

Chiedere una valutazione oggettiva

Se ponendosi le domande sopra elencate non si arriva a una soluzione, o non si riesce da soli ad apportare alla propria vita le modifiche necessarie a migliorare il proprio stato psicologico, è importante richiedere una valutazione neuropsicologica che fornisca dati oggettivi e permetta di stabilire ad esempio se le difficoltà mnestiche sono reali o sono solo frutto della percezione soggettiva.
La valutazione impiega batterie di test che misurano la performance cognitiva (memoria e attenzione) e consente di stabilire se bisogna effettivamente preoccuparsi per la propria situazione.
Nel caso di persone sopra i 55-60 anni la valutazione tramite test consente inoltre di stabilire se è già presente un decadimento cognitivo e, in caso contrario, può costituire un check-up che consegna valori successivamente raffrontabili a identiche valutazioni svolte dopo un intervallo di 1-2 anni, per monitorare nel tempo la qualità delle prestazioni cognitive e individuare immediatamente la presenza di un calo – nel caso in cui questo si verifichi – che può assumere un significato patologico.
Come per ogni patologia, individuare precocemente i primi segni di demenza consente di intervenire e rallentare il decorso della malattia.

Quali test misurano la memoria?

Si tratta di test neuropsicologici somministrati da psicologi che si occupano di questo tipo di valutazione.
La scelta dei test è a discrezione del clinico e, accanto a test di routine, possono essere impiegati test che valutino le funzioni cognitive nel complesso quando si ritenga utile indagare anche le altre funzioni.
Nel caso in cui si ravvisi la presenza di stati ansiosi o depressivi sarà importante valutarne l’intensità e la ricaduta sulla memoria.

Per informazioni presso questo studio:
dott.ssa Flavia Massaro
info@serviziodipsicologia.it

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