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Semplice tristezza o depressione?

1 febbraio, 2014 alle 12:02 PM
Autore: drmassaro

 


Nel gergo comune una persona che attraversa un periodo difficile o anche una singola giornata storta si dice “depressa”, ma quando lo è veramente e quando è semplicemente triste?

Un interessante articolo di qualche anno fa scritto dal Prof. Andreoli sottolineava la tendenza a medicalizzare i cali dell’umore dimenticandosi del fatto che esiste anche la tristezza (“La scomparsa della tristezza“) e che triste non significa depresso.

La tendenza a parlare a sproposito di “disturbo” per ogni malessere e di “psicoterapia” per qualunque intervento psicologico condotto anche senza scopo terapeutico e in assenza di psicopatologia (consulenza, sostegno, riabilitazione) si è incrementata negli ultimi anni, così come la tendenza a considerare patologici tutti gli stati che esulano dalla tranquillità si è fatta strada anche a causa della progressiva inclusione nel novero dei disturbi psichiatrici di stati di semplice alterazione emotiva perfettamente comprensibili e giustificati dagli accadimenti cui va incontro il soggetto.

L’ultima versione del DSM, il Diagnostic Statistic Manual of Psychiatric Disorders, include fra le patologie anche stati di normale malessere come quelli conseguenti al lutto e abbassa la soglia di malessere necessaria per porre le diagnosi, rendendo molto più semplice trovare un’etichetta da apporre direi praticamene a chiunque, secondo le critiche allo scopo di giustificare la prescrizione di psicofarmaci a un numero sempre crescente di persone e in un numero enorme di situazioni che non li richiedono.

 

Secondo il Dr. Migone:

“Il DSM-5 produrrebbe insomma una esplosione di nuove diagnosi e a una medicalizzazione in massa della normalità che sarebbe una miniera d’oro per l’industria farmaceutica. (…)

È molto istruttivo anche il bel libro di Horwitz & Wakefield (2007) The Loss of Sadness. How Psychiatry Transformed Normal Sorrow into Depressive Disorders (“La perdita della tristezza. Come la psichiatria ha trasformato il normale dolore in un disturbo depressivo”), che mostra l’impoverimento dei significati della vita a causa della “psichiatrizzazione” dei nostri sentimenti quotidiani di tristezza, i quali invece sono a volte adattivi, segnali importanti che non vanno eliminati o curati con farmaci. E non va dimenticato che l’efficacia dei farmaci antidepressivi è limitata, infatti in molti studi si è rivelata non tanto diversa dal placebo (vedi Migone, 2005, 2009b; Kirsch, 2009), e una diffusione del loro uso fa in modo che l’impoverimento dei significati della nostra vita sia inversamente proporzionale all’arricchimento delle case farmaceutiche.”

(fonte: “Riflessioni sul DSM-5″, di Paolo Migone)  

 

Cosa significa “tristezza”?

La tristezza è un’emozione come tutte le altre, è l’opposto della gioia e corrisponde a un abbassamento del tono del’umore che porta con sè sentimenti di delusione, sfiducia, a volte disperazione, frustrazione, insoddisfazione.
Il calo dell’umore è solo una delle componenti della depressione, che come patologia include ben altri aspetti.
La tristezza non va quindi confusa con la depressione perchè ne è una componente ma è sperimentata normalmente da chiunque più volte nella vita, in maniera puntuale o prolungata, senza costituire una patologia.  

Cos’è invece la Depressione?

La depressione è una patologia che include il calo dell’umore e quindi sentimenti di tristezza, ma rappresenta uno stato patologico in quanto include anche una serie di altri aspetti come:

- rallentamento psicomotorio, estrema affaticabilità, calo significativo delle energie

- ritiro in sè stessi e isolamento sociale

- senso di indegnità personale (“sono un buono a nulla”)

- senso di colpa (“sono solo un peso per gli altri”)

- perdita totale e stabile dell’interesse per attività che in precedenza suscitavano gioia

- somatizzazioni localizzate nell’apparato digerente (diarrea/stitichezza, gastrite)

- calo o aumento significativo di peso, dovuto a inappetenza o iperfagia (assunzione compensatoria ed eccessiva di cibo “consolatorio”)

- pensieri di morte o suicidio - abbandono di ogni cura di sè e di ogni progettualità.

La Depressione è quindi una patologia complessa e dirsi “depressi” quando si è semplicemente tristi e apatici è fuori luogo e anche fuori discussione.

Da dove nasce la Depressione?

Dal punto di vista psicodinamico la depressione nasce dalla rabbia che il soggetto rivolge contro l’Io invece che contro oggetti esterni: questo conduce a sentimenti di colpa e indegnità e a sintomi che sono vere e proprie auto-aggressioni (fino al suicidio).

Si può ben capire come si tratti di un processo estremamente complesso e differente rispetto alla semplice tristezza: la depressione richiede una psicoterapia, la tristezza può richiedere un approfondimento psicologico volto a comprendere da cosa nasce davvero e quali cambiamenti nella vita del soggetto possono ripristinare uno stato di soddisfazione e di serenità.

Utilizzare psicofarmaci per combattere la “tristezza” non ha più senso che utilizzare le droghe o l’alcool per “dimenticarsi” del proprio malessere, mentre agire attivamente per modificare la propria vita rappresenta il frutto di un atteggiamento più costruttivo e vincente.
Una corretta terapia farmacologica è di sicura utilità e supporto per il vero depresso, che stia effettuando un lavoro psicologico su sè stesso, ma non è sufficiente a consentire di risolvere un problema dall’origine fondamentalmente psicologica e quindi non “scalfibile” dai farmaci: questi sono necessari e imprescindibili solo in presenza di Depressione grave, psicotica (con forte distorsione percettiva della realtà e rischio concreto di suicidio), mentre in altri casi costituiscono un ausilio da utilizzare quando la vita del soggetto è significativamente influenzata dal sentimento depressivo e ne risente dal punto di vista sociale e lavorativo.

In ogni caso l’antidepressivo non può costituire l’unica risposta alla depressione perchè solitamente i suoi effetti cessano quando non viene più assunto, con la conseguenza di instaurare una dipendenza dal farmaco e di creare “consumatori a vita” di prodotti farmacologici che danno effetti solo temporanei, che in genere non persistono quando la persona non ne fa più uso.

 .

Approfondimenti sulla Depressione:

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