Perchè non riesco a dire di NO?

 


Alcune persone si trovano in estrema difficoltà a dire di no di fronte alle richieste degli altri e non trovano il modo nè la forza di far valere loro stesse e i loro bisogni e desideri, nemmeno quando si sentono sfruttate. Finiscono così ad essere come limoni che gli altri spremono senza preoccuparsi di loro.

Questa incapacità a rifiutare le richieste e a dare il giusta importanza ai propri desideri e bisogni ha radici lontane, nell’infanzia di ognuno di loro, e mette in moto dinamiche e meccanismi tipici e facilmente individuabili, se si sa cosa osservare per vederli.

Anche tu ti trovi in questa situazione?

Per aiutarti a capirlo farò alcuni esempi:

1- sul lavoro un collega che deve assolutamente uscire prima o che ha un gran mal di testa ti chiede di “coprirlo” e di occuparti di ultimare la pratica che sta seguendo, solo che non è la prima volta che succede e dubiti che stia davvero male, o che la necessità di uscire prima del solito sia reale e non solo frutto del desiderio di “levare le tende”, cosa che piacerebbe a tutti.
Nel dubbio, per non sentirti maleducato/a e non offenderlo, accetti senza batter ciglio e ti accolli anche il suo lavoro. In fondo, poverino, se te lo chiede significa che ne ha davvero bisogno!

2- sempre sul lavoro il tuo capo ti chiede di fermarti molto più del previsto perchè ha fissato una riunione dopo la fine dell’orario di lavoro ufficiale. Tu avevi preso degli impegni, magari con altri, o avevi pianificato di fare qualcosa per te stesso/a, ma cedi perchè pensi che rifiutare la richiesta del capo sia inammissibile e pensi che ti punirebbe se osassi obiettare. In fondo, qualsiasi cosa avessi in programma, potrai anche farla un’altra volta. Chi sei tu per rifiutare di fermarti ben oltre l’orario, quando altri lo fanno? E cosa potrebbe mai accaderti?

3- un’amica ti chiede di tenerle il cane per il week-end, che ha programmato facendo conto sul tuo aiuto senza interpellarti, perciò sarebbe colpa tua se il suo fine settimana andasse a rotoli e tu non vuoi questo perchè, poverina, è molto stressata e ha bisogno di riposo. tu avevi programmato una cena fra amici e acquistato i biglietti per uno spettacolo in un’altra città, il suo cane è un animale che non è mai stato educato e abbaia la notte, sale su letto e divano, perde bava sporcandoti cosa, ma non te la senti di rovinare il week-end della tua amica e così accetti di tenerglielo anche se non ti ha consultata prima e ha dato per scontata la tua disponibilità.

4- un amico naviga in cattive acque e ti chiede l’ennesimo prestito. Non si tratta di una grossa cifra, ma non ti ha ancora restituito i soldi che gli hai già prestato prima. Sospetti inoltre che sia in cattive acque non solo perché ha perso il lavoro, ma anche perché sperpera il denaro di cui dispone in acquisti inutili o giocando d’azzardo alle slot, ma chi sei tu per negare un aiuto economico ad una persona in difficoltà?
Non importa se è l’ennesimo prestito, se dubiti che ti restituirà qualcosa, se butta i tuoi soldi in spese inutili/dannose e se viene sempre da te invece che chiedere anche ai suoi parenti e agli altri amici che – sarà un caso? – gli dicono di no. Loro sono cattivi, tu sei buono/a, ecco la differenza!

5- la mamma di un compagno di tuo figlio ti chiede per l’ennesima volta se puoi andare a prenderlo e tenerlo fino a sera, magari anche per cena, tanto tu sei a casa perché fai la casalinga o hai un lavoro autonomo, quindi cos’avrai mai da fare? Già che prendi il tuo, di figlio, puoi prendere anche il suo! Ovviamente non ricambia mai perché lei è impegnata e tu no, e tanto meno si sdebita in altri modi per dimostrarti che apprezza che tu ti prenda il disturbo di badare anche al suo pargolo.
Ma lei, poverina, non ha tempo, quindi aiutarla è un obbligo morale! Non importa se avevi altri progetti e magari avevi promesso a tuo figlio di passare del tempo insieme: sarà per un’altra volta.

6 – tua mamma/sorella/zia non ha la patente e ha proprio tante faccende da sbrigare fuori casa, poverina, quindi sei stato/a eletto/a autista dell’anno e ogni volta si rivolge a te quando ha bisogno di essere scarrozzata in giro (ovviamente se andate al supermercato dovrai partecipare fisicamente alla spesa: trovare gli articoli, spingere il carrello, svuotarlo in cassa, riempire le borse e riporle in auto, per poi portargliele su in casa). Ma in fondo lei, poverina, non ha la patente, mentre tu sì, quindi è doveroso che tu sia disponibile e che regali tempo, energie (e benzina) a chi ne ha più bisogno! Saresti proprio una persona cattiva e insensibile se dicessi di no!

Gli esempi potrebbero essere 1000: dal compagno di classe che chiede (anzi, pretende) i compiti da copiare, al vicino di casa che impone figli rumorosi e maleducati, dal partner che decide ogni cosa nel rapporto ai figli che non hanno limiti di orario, spesa, opportunità nelle loro richieste, l’elenco delle situazioni nelle quali una persona troppo disponibile accetta di chiudere non uno, ma entrambi gli occhi, e di cancellare le proprie esigenze in favore di quelle degli altri è sterminato.

Cosa accade di preciso in questi casi?

Riprendiamo gli esempi di sopra, immaginando che il nostro soggetto troppo disponibile si chiami Paola:

Esempio 1: Paola sente che gli interessi delle collega sono superiori ai suoi, che la collega merita più di lei, che non è educato mettere in dubbio quello che la collega afferma, quindi accetta di accollarsi anche il suo lavoro. Entrano in gioco il senso di inferiorità, l’idea di non meritare un trattamento equo, il pensiero che rifiutando si passa per egoisti e maleducati e quindi il desiderio di non apparire una cattiva persona

Esempio 2: Paola vede nel capo una figura d’autorità e si sente naturalmente inferiore, al punto da temere punizioni come potrebbe accadere se il capo fosse suo padre. Quando “papà” chiede (non importa l’età del capo, nè quella di Paola), la brava bambina Paola scatta, molla tutto e risponde alle sue richieste, dimenticandosi di quello che sta facendo e che voleva fare in seguito.
Entrano in gioco anche qui senso d’inferiorità, senso di colpa, desiderio di aderire a un modello desiderabile da chi è superiore, svalutazione sia dei propri desideri, sia delle altre persone che aspettavano Paola dopo il lavoro e che non sono importanti quanto il suo capo (nb: mi riferisco a situazioni nelle quali è possibile dire di no, almeno alcune volte, facendo uno sforzo e recuperando il senso dei propri diritti a non lavorare automaticamente 2 o 3 ore più del dovuto)

Esempio 3: Paola pensa che la sua amica sia una persona che le vuole bene e la considera: ha infatti chiesto proprio a lei l’aiuto che le serve e questo viene scambiato da Paola per considerazione e affetto. Ritiene inoltre che l’amica abbia esigenze più importanti delle sue e si sente responsabile del suo benessere, visto che, se rifiutasse di tenerle il cane, non consentirebbe all’amica di godersi il meritato riposo. La sopravvalutazione di un legame che si basa sullo sfruttamento delle disponibilità di Paola è alla base del suo “sì”, che invece Paola non direbbe se si rendesse conto che la sua amica non è poi così disponibile le rare volte che è lei a chiederle un favore, superando remore e paure di esserle di peso.
L’amica non si preoccupa inoltre dei danni che il suo cane provocherà in casa di Paola nè del disagio che le arrecherà obbligandola alle canoniche 3-4 passeggiate e a non potersi quindi allontanare ad esempio per una gita o per un impegno che superi un lasso di tempo contenuto, nè le interessa che Paola aspetti ospiti che potranno non gradire la presenza dell’animale in casa

Esempio 4: Paola si trova di fronte ad una persona in oggettive difficoltà economiche, che ha perso il lavoro e fatica a mantenersi. Non le balza all’occhio il fatto che il tempo passa e l’amico non fa nulla per trovare nè un altro impiego, nè un lavoretto che gli consenta di sopravvivere più dignitosamente nel presente: vede solo un individuo bisognoso che le sta chiedendo aiuto e che la fa sentire importante con la sua richiesta.
Aiutarlo con l’ennesimo prestito (a fondo perduto) la fa sentire più buona degli altri, che invece non danno più nulla al suo amico (perché hanno capito che sta sfruttando la situazione per farsi compatire e mantenere). Nemmeno le spese superflue dell’amico le balzano all’occhio: in fondo, chi è lei per chiedere che i soldi che presta siano davvero spesi per comprare il cibo che l’amico afferma di non riuscire ad acquistare?

Esempio 5: Paola accetta di andare a prendere a scuola anche il figlio della sua amica perché sa di avere più tempo di lei e che lei è in difficoltà nella gestione della famiglia. Sarebbe una buona azione, se l’amica non desse per scontato l’aiuto di Paola e non ritenesse che, in fondo, non le costa nulla perché ha tanto tempo libero o perché ha un lavoro autonomo che le consente di organizzarsi. Paola si sente in colpa nel confrontare la propria situazione con quella dell’amica, perché avere più tempo o libertà d’azione le fa sentire che ha qualcosa che non merita e che l’amica, che è tanto brava, non ha.
Perché quindi Paola dovrebbe avere qualcosa in più della sua amica e non pagare dazio? Occupandosi anche del figlio di lei espia una colpa immaginaria e si sente più a posto con la coscienza, come se fare la casalinga o avere un lavoro autonomo fosse un colpa (e non un rischio vissuto sulla propria pelle). Sarebbe proprio cattiva se non mettesse il proprio tempo a disposizione di una persona che ha bisogno d’aiuto!

Esempio 6: Paola non ne può più di portare la mamma a fare la spesa ogni sabato, nel momento di maggiore affollamento, rinunciando ad impiegare altrimenti il suo tempo e trovandosi in una situazione che le mette anche una certa ansia, che la madre sottovaluta e non vuole anzi proprio vedere, perché la farebbe sentire in colpa. Ha provato a suggerire alla mamma di rivolgersi anche ad altri, ma papà non ha certo voglia di “infilarsi in un supermercato in mezzo al casino” e la sorella ha cose più importanti da fare (un corso in palestra, che per la verità non le occupa tutto il sabato e le lascerebbe il tempo per accompagnare al supermercato la madre). Paola ha anche spiegato alla mamma come potrebbe ordinare online la maggior parte dei prodotti che le servono, ma la mamma, anche se non è proprio anziana, dice che “non si fida” e, soprattutto, ama trovarsi fra la folla, condividendo il momento degli acquisti con le persone che lavorano, che sono più giovani e che possono fare la spesa solo nel week-end.
La mamma ha quindi esigenze di due differenti ordini, pratiche e sociali, e Paola risponde ad entrambi sacrificandosi ogni settimana per sentirsi buona, per non essere una “cattiva figlia” e per sdebitarsi con la madre di tutto quello che questa ha fatto per lei (e che non manca di sottolineare o insinuare ad ogni occasione). Ovviamente oltre a questo è presente la sottovalutazione dei bisogni, dei desideri e dei diritti di Paola da parte di Paola stessa, che non si concede nemmeno di pensare che sarebbe suo diritto dire di no a richieste che le creano non poche difficoltà e frustrazione – o almeno di non dire sempre di sì.

Gli elementi comuni che emergono in questi esempi sono:

  • presenza di scarsa autostima

  • tendenza a negare o ignorare i propri bisogni e desideri, che sono messi al secondo o anche all’ultimo posto
  • sopravvalutazione dei diritti e dei bisogni degli altri, ma anche dei loro problemi, che appaiono davvero gravi e meritevoli di intervento anche quando si tratta di banalità
  • desiderio di sentirsi una brava persona e di sentirsi bene grazie a questa auto-percezione positiva centrata sul “fare” e non sull'”essere” (a causa della scarsa autostima)
  • desiderio di apparire agli occhi degli altri una brava persona e cioè una persona gradita, la cui compagnia è desiderabile, magari con la segreta speranza che la propria disponibilità servirà a conquistare l’altrui amicizia
  • tendenza a non capire quando le altre persone stanno attuando uno sfruttamento e non stanno semplicemente chiedendo un favore, in un’ottica di reciprocità presente o futura
  • confusione fra disponibilità (dimensione legata ad una libera decisione) e obbligo percepito di accondiscendere alle richieste altrui, che nasce a volte nelle persone eccessivamente abituate ad ubbidire, che hanno cioè ricevuto un’educazione rigida e punitiva

Questo atteggiamento costituisce una modalità passiva di relazionarsi con gli altri e con il passare del tempo porta il soggetto in questione ad accumulare rabbia, malcontento e frustrazione, che non riesce a volte ad ammettere nemmeno a sé stesso per gli stessi motivi che lo fanno essere troppo disponibile e incapace di dire di no. L’ansia aumenta e ogni successiva interazione con gli altri è vissuta solo con apparente serenità, mentre dentro di sé la persona teme che arriveranno ancora altre richieste e pretese alle quali non riuscirà ad opporsi per auto-affermarsi.

Quale potrebbe essere un modo maturo e assertivo di affrontare queste situazioni problematiche?

Leggi “Imparare a dire di NO fa bene all’autostima”

Dott.ssa Flavia Massaro
info@serviziodipsicologia.it

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2 Comments

  1. Volevo sapere le cause di tutto questo e non solo la descrizione. Non e’ sufficente dire che il problema ha radici nell’infanzia – in che modo? Cosa esattamente doveva succedere nell’infanzia? Tutti piu’ o meno dovevano obbedire ai genitori, o maestri, ma non tutti per forza hanno la scarsa autostima come conseguenza.

    1. Cara Olga,

      come può leggere nell’articolo (riveda l’elenco di elementi in comune alle diverse situazioni) gli aspetti legati all’autostima hanno un ruolo nella genesi di questi comportamenti, ma non ne costituiscono interamente la causa.

      Il fatto che una persona senta che gli altri vengono prima di lei e hanno più diritti di lei ha sicuramente a che fare con l’immagine che queste persona ha di sè (e degli altri) e quindi con l’autostima, ma non nasce da quello che ipotizza lei e cioè dal fatto che ha dovuto ubbidire agli adulti durante l’infanzia.
      (Peraltro gli stili educativi possono variare molto e in alcune famiglie è letteralmente il bambino a comandare e a prendere le decisioni che lo riguardano, come l’organizzazione del tempo, il vestiario, il menù, l’acquisto di giocattoli.)

      Anzi: avere accanto adulti coerenti, che danno regole certe e le fanno rispettare (con la possibilità di eccezioni, quando è il caso), aiuta a sviluppare sicurezza e una sana autostima perchè l’ambiente circostante è chiaro, prevedibile e coerente, quindi consente al bambino di sentirsi sicuro e “padrone della situazione”, anche se – com’è giusto e naturale – non è lui a dettare le regole.

      Le persone che in età adulta non riescono a dire di no hanno spesso imparato che i rapporti umani si basano sul do ut des e quindi sentono di dover dare qualcosa agli altri per essere amati o anche solo considerati.
      Scontentare e non compiacere gli altri può portare, in quest’ottica, ad essere allontanati, rifiutati, dimenticati: tutti esiti che si comporta così teme moltissimo e che si aspetta di scongiurare tramite una disponibilità veramente eccessiva nei confronti degli altri.
      Questo apprendimento (“per essere amato/considerato devo prima fare qualcosa per meritarlo”) si verifica e radica nell’infanzia, quando gli adulti non sono attenti ai veri bisogni del bambino e attuano anche esplicitamente ricatti del tipo: “se non ubbidisci la mamma non ti vorrà più bene!” (in tutte le varianti possibili, comprese quelle nelle quali il ricatto non è verbalizzato, ma il bambino è rifiutato quando non fa ciò che gli adulti si aspettano da lui).
      Alcuni genitori inoltre non desideravano avere quel bambino o bambina e provavano apertamente fastidio se non avversione nei suoi confronti, perciò si sono comportati in modo tale da fargli/le elemosinare affetto e attenzione – dinamica che purtroppo si rifletterà anche nei successivi rapporti con gli altri di quell’ex-bambino/a, a causa di questo imprinting particolarmente negativo.

      Spesso, inoltre, nell’affrontare queste problematiche ci si trova di fronte a persone che sono state bambini adultizzati, ai quali è stato richiesto precocemente di occuparsi di sè/dei fratelli/della casa (specialmente i figli di alcolisti e depressi), in maniera inadeguata rispetto all’età, ma anche ad ex-bambini che ricevevano attenzione solo se prendevano buoni voti a scuola e non davano altri problemi.

      In tutto questo il punto non è “l’obbligo di ubbidire agli adulti”, ma il fatto che gli adulti non sono stati in grado di trattare il bambino in maniera adeguata e di dargli amore in maniera incondizionata e non solo in cambio di ubbidienza e soddisfazioni (dalla scuola, dalle prestazioni sportive, …).

      Non mi è ovviamente possibile esaurire l’argomento perchè i casi sono tanti e diversi fra loro, dal momento che ogni storia di vita è diversa da tutte le altre, ma scriverò comunque un altro articolo al riguardo.

      Un caro saluto,
      d.ssa Flavia Massaro

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